Crac Crediveneto con 24 indagati

La filiale della Crediveneto a Nogara, la banca messa in liquidazione dal governo
La filiale della Crediveneto a Nogara, la banca messa in liquidazione dal governo

Hanno indotto coscientemente in inganno soci, correntisti e strutture di vigilanza, arrivando ad attestare il falso, pur di ottenere ingiusti profitti. Lo sostiene la Procura di Rovigo che ha messo sotto accusa i vertici che controllavano Crediveneto, la banca di credito cooperativo nata dalla fusione di alcuni istituti, anche veronesi. La banca era arrivata ad avere 27 sportelli nelle province di Verona, Vicenza, Padova e Mantova e 8.500 soci e che nel maggio del 2016, il giorno prima dell’assemblea che era stata convocata per l’approvazione del bilancio, è stata posta in liquidazione coatta dal governo, su proposta della Banca d’Italia, e ceduta al prezzo simbolico di un euro. Il sostituto procuratore di Rovigo, Sabrina Duò, ha chiuso l’inchiesta su questa vicenda da parecchi mesi, ma soltanto recentemente tutti gli avvisi di conclusione delle indagini sono stati recapitati ai diretti interessati. Avvisi ai quali dovrebbe ora seguire, qualcuno dice nel giro di pochi mesi, l’avvio di un procedimento. Al momento non è ancora stata ancora emessa alcuna richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di 24 persone, molte delle quali veronesi, citate nel documento di chiusura indagini. Si tratta dei componenti dei due consigli di amministrazione che hanno guidato l’istituto di credito nel suo ultimo periodo di vita, di alcuni dirigenti e dei revisori dei conti, che dovevano controllare la gestione della banca. La tesi sostenuta dalla Procura di Rovigo si basa sull’assunto che, nonostante i conti reali dimostrassero l’esistenza di serie difficoltà di bilancio, è stata attuata un’azione volta ad affermare che la banca era in piena crescita. Azione che sarebbe stata esercitata per indurre volutamente in errore i soci dell’istituto, i clienti che qui avevano il proprio conto corrente e, persino, gli organismi che dovevano vigilare dall’esterno. Tutto questo nonostante dal 2013 fossero stati presentati bilanci che in totale hanno sancito in quattro anni un passivo pari a 27,6 milioni di euro. «Al fine di conseguire un ingiusto profitto», amministratori, direttori e revisori avrebbero «consapevolmente esposto fatti materiali non rispondenti al vero, omettendo fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società». Un’operazione che sarebbe stata effettuata con comunicazioni falsate per quanto riguarda, in particolare, gestione, consistenza del patrimonio e andamento della banca, e che sarebbe continuata sino alla liquidazione disposta il 7 maggio 2016 dall’allora ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. La messa in liquidazione, peraltro, è stata effettuata salvando i correntisti, ma non i soci. Con quel passaggio, infatti, i 19 milioni di capitale sociale sono di fatto spariti. Una situazione alla quale gli azionisti non si sono rassegnati. Hanno infatti dato vita a comitati, come il gruppo Difesa soci rappresentato dal legale trevigiano Matteo Moschini od il gruppo capitanato dall’avvocato legnaghese Francesco Salvatore, riuscendo ad entrare nel Fondo indennizzo risparmiatori governativo che permette il recupero di una parte, per quanto minoritaria, delle somme investite in azioni. La Procura ora parla di inganno ai soci, di danno patrimoniale cagionato alla società e di aggiotaggio. Infatti, l’accusa sostiene che i vertici dell’istituto avrebbero diffuso «notizie false per provocare una sensibile alterazione del prezzo degli strumenti finanziari non quotati o per i quali non era stata presentata una richiesta di ammissione alle negoziazioni in un mercato regolamentato» e che avrebbero ostacolato le funzioni di vigilanza, esponendo fatti non veri o nascondendo situazioni che erano tenuti a comunicare. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Luca Fiorin