Anziani, dopo il virus la solitudine

La visita a un parente ospite in una casa di riposo
La visita a un parente ospite in una casa di riposo

C’è un silenzio che pesa come un macigno nelle case di riposo, che accolgono i veronesi più anziani e fragili. Il silenzio dei tanti ospiti che si stanno spegnendo giorno dopo giorno perché non riescono a ricevere ciò che più desiderano, oltre all’assistenza, al cibo, alle cure compresi nella retta. E cioè il sorriso dei figli, l’abbraccio dei nipoti, le confidenze e la vicinanza di amici e parenti. Il calore del contatto umano. L’affetto che sostiene e fa superare i momenti difficili; che dà senso al domani. A DENUNCIARLO è stato un gruppo di famigliari dei ricoverati nelle diverse strutture della provincia che nelle scorse settimane hanno anche preso carta e penna e scritto al presidente della Regione, Luca Zaia, per chiedere un intervento e un cambio di rotta che però, al momento non sono arrivati. Nessuno vuole parlare in prima persona: temono che a patirne le conseguenze siano i loro anziani ospiti dei centri di assistenza. Ma la denuncia è chiara: le modalità post Covid19 di riapertura delle case di riposo sono insoddisfacenti. Per proteggere gli anziani dal virus, li si condanna alla solitudine, che in certi casi è peggio della malattia. Chi ha superato il coronavirus rischia di sprofondare nella depressione. «Ci obbligano a vedere i nostri genitori solo dieci minuti alla settimana, un solo familiare per volta, con distanziamento di parecchi metri e faccio notare che i nostri genitori sono sordi e ipovedenti. Capiamo che si vogliano tutelare le loro condizioni, ma si tratta di persone molto anziane che hanno bisogno della nostra presenza e dell'amore che solo noi possiamo dare», si legge nel documento spedito a Zaia e condiviso da circa 200 parenti, da mesi in angoscia. Se un ospite ha più figli, per questi ultimi le possibilità di vedere mamma o papà diminuiscono. I presidi, mascherine e visiere, obbligatori, non aiutano a dialogare. Spesso gli «incontri» sono possibili solo attraverso un vetro, come in carcere. I famigliari ricordano di essersi misurati per mesi con il terrore che i loro genitori, zii o nonni contraessero il contagio, che nelle strutture per la terza età del Veronese ha colpito duro, di aver affrontato poi innumerevoli difficoltà ad avere notizie dei parenti, una situazione di sospensione durata settimane. DAL MESE SCORSO si sperava in una inversione che nella maggior parte dei casi non è arrivata, dato che come ha denunciato a fine maggio Roberto Volpe, presidente regionale dell'Uripa (Ipab e case di riposo venete), le linee guida venete si sono rivelate più rigide di quanto tutti si aspettassero, contrapponendo le prescrizioni affidate alle direzioni delle strutture alle aspettative dei parenti degli ospiti. Così tra i parenti c’è chi chiede maggior comprensione e fiducia «perché a nessuno sta più a cuore la salute dei nostri anziani». E chi in lacrime racconta: «Mia madre sta pregando di morire perché questa esistenza senza affetti non è più vita». C’È CHI LAMENTA che gli ospiti da mesi non escono e non hanno più visto il sole; chi la esigua presenza di personale e di iniziative di animazione o di interazione, almeno tra ospiti. Spesso anche nelle Ipab con grandi spazi all’aperto non si possono combinare gli incontri con i congiunti, perché mancano gli operatori che accompagnino i ricoverati fuori dalle camere. Il rischio che la situazione possa, se possibile, aggravarsi non è remota. Solo pochi giorni fa le cooperative sociali del Veneto denunciavano la grande fuga di infermieri e operatori addetti all’assistenza dalle strutture per anziani e disabili, attratti dalla campagna acquisti delle Ulss. «Oggi nelle case di riposo conta evitare la diffusione del contagio da Covid 19, ma intanto i nostri vecchi stanno morendo di solitudine e abbandono», denunciano i parenti degli anziani nelle lettere indirizzate anche ai dirigenti delle Ipab e dalle loro pagine facebook. •

Valeria Zanetti