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06.02.2020

«Nipoti costrette a dire il rosario dal compagno di nostra figlia»

L’ingresso del tribunale di Verona dove si è celebrato il processo
L’ingresso del tribunale di Verona dove si è celebrato il processo

«Le miei nipoti erano costrette dal compagno di mia figlia a recitare il rosario davanti alla statua della Madonna per chiedere il perdono dei loro peccati». La dichiarazione chock è risuonata ieri in tribunale nel processo a carico di un quarantottenne, accusato di aver maltrattato la compagna nella loro abitazione nella zona del lago di Garda per due anni fino al 19 settembre 2014 quando la donna ha presentato la denuncia nei confronti del compagno. A rivelare la recita del rosario, è stata la madre della vittima di 40 anni successivamente confermata sempre in aula anche dal padre. Ambedue hanno riportato i racconti delle due bimbe di 7 e 9 anni, nate in una precedente relazione della donna che avevano più volte chiesto ai nonni di poter restare a vivere nella loro casa. L’udienza di ieri, davanti al giudice Maria Cecilia Vitolla, si è sviluppata, ricostruendo passo dopo passo la relazione tra la coppia, iniziata nel 2011. Sono stati sentiti tra gli altri una collega della donna, oltre all’assistente sociale e i genitori della quarantenne. Il processo riprenderà il 6 maggio quando sarà sentito il quarantottenne oltre ai testimoni della difesa. L’ACCUSA. Il capo d’imputazione parla di violenze fisiche e psichiche nei confronti della donna «in particolare mentre si trovava in stato di gravidanza nel 2012, lanciandole addosso le scarpe». Il quarantottenne è accusato anche «di averle provocato ecchimosi e graffi sul corpo, stringendole sovente il collo e sputandole addosso più volte». Oltre alle violenze, sostiene sempre la denunciante, c’erano anche le minacce di morte e «di non farle più vedere i genitori , le sue figlie maggiori e le persone a lei care». IL DIBATTIMENTO. L’udienza ha in parte confermato la descrizione delle accuse sostenute in aula dal vpo Maria Cristina Cani. Un’assistente sociale aveva ritenuto pericolosa la situazione nel 2014 quando la donna si era rivolta a lei per chiedere aiuto: «Mi raccontò che l’aveva presa per il collo. Tendeva a sottovalutare il rischio». Si arrivò così al trasferimento della donna in una struttura protetta, effettuato con l’aiuto del padre al quale la quarantenne aveva chiesto aiuto nel 2014 come ha raccontato ieri il genitore. In realtà, la relazione dei due è stata abbastanza altalenante in quanto successivamente la stessa compagna era tornata a vivere con il quarantottenne con il quale aveva concepito altre due figlie. Sono stati sentiti poi i genitori della quarantenne che, a dire il vero, sono apparsi abbastanza disorientati di fronte alle domande anche del difensore dell’imputato, l’avvocato Marcello Manzato. I due hanno spiegato che la figlia non aveva mai confidato loro le difficoltà vissute con il compagno. Hanno parlato poi dei rapporti con le nipoti, spiegando che dopo ogni visita non volevano tornare a casa «perchè lui urlava sempre». Si continua in maggio. •

G.CH.
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