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13.10.2019

«Il pallone era l’unico gioco che voleva»

Da sinistra, il fratello Giuliano, la madre Mimoza, il padre Lin e lo zio Soko FOTO PECORA
Da sinistra, il fratello Giuliano, la madre Mimoza, il padre Lin e lo zio Soko FOTO PECORA

Papà Lin e mamma Mimoza non sono abituati ad essere al centro dell’attenzione. E invece quella appena passata è stata una settimana carica non solo di emozioni, ma anche di interviste. Loro sono i genitori di Marash Kumbulla, il diciannovenne italo-albanese difensore del Verona che sabato scorso ha segnato il gol del vantaggio contro la Sampdoria. Una rete speciale non solo perché è la sua prima in Serie A, ma perché così è diventato il primo difensore nato nel 2000 a segnare nei principali campionati europei. Marash porta il nome del nonno, mancato poco prima della sua nascita, ma tutti in famiglia lo chiamano Max. È nato a Peschiera del Garda, dove vive tuttora, dopo pochi anni che i suoi genitori sono arrivati in Italia dall’Albania, ed è il primo di tre figli: dopo di lui ci sono Giuliano, 18 anni, e Silvia, di 12, anche loro increduli ma felici del successo del fratello, impegnato in questi giorni con la nazionale albanese nelle partite per le qualificazioni di Euro 2020. La storia della famiglia Kumbulla è una bella storia di integrazione, in cui i ricordi delle difficoltà iniziali hanno lasciano il posto a quelli positivi che hanno accompagnato e stanno accompagnando la loro vita. «Il primo ad arrivare in Italia nel ‘94 è stato mio fratello Gim, mentre io l’ho raggiunto nel ‘96», racconta Lin seduto a un tavolo del bar ristorante Gustosa di Peschiera, che gestisce assieme agli altri tre suoi fratelli maschi e dove lavora anche la moglie. La sua attività principale è l’impresa di costruzioni Edilgarda, fondata con il fratello Gim vent’anni fa dopo i primi anni passati a lavorare come muratori dipendenti. «Mio fratello e io siamo arrivati con un gommone: è stato un viaggio molto duro, sapevi che partivi ma non se saresti arrivato», ricorda Lin, «siamo venuti in Italia per migliorare la vita dei nostri fratelli e parenti, all’inizio non pensavamo di portare tutti qua», come poi è invece avvenuto in sicurezza grazie al loro aiuto nel procurare i documenti, mentre solo una sorella è rimasta in Albania. Per Gim e Lin il primo approdo è stato Brindisi, la seconda tappa Peschiera del Garda. Marash è nato l’8 febbraio 2000: ha frequentato le elementari a Cavalcaselle e le medie a Castelnuovo del Garda. Dopo due anni di liceo scientifico si è iscritto a ragioneria all’istituto tecnico Pindemonte di Verona, ma per ora il diploma è stato messo in stand by perché il calcio ha preso il sopravvento. La sua passione per questo sport è nata prestissimo. «Da quando aveva tre anni si capiva che aveva voglia di giocare a pallone. La palla era l’unico gioco che voleva, qualsiasi cosa faceva la portava con sé, anche a dormire. Appena è stato possibile, a cinque anni, l’ho portato alla scuola calcio di Cavalcaselle», prosegue Lin mostrando la foto della sua prima squadra: Max è in piedi a sinistra, rigorosamente con la palla in mano. Vicino a lui il suo primo mister, Giuliano Cordioli dell’Asd Cavalcaselle calcio. A otto anni entra nel Verona, dove cresce e affina le sue capacità. Tra le foto ce n’è un’altra significativa, scattata durante un torneo a Chieri (Torino): la squadra giovanile del Verona contro quella della Juve, Kumbulla durante un’azione contro Moise Kean, altra giovane promessa del calcio. Nell’ambito di quel torneo, ricorda papà Lin, Max ricevette il trofeo come miglior difensore. Del suo carattere il padre racconta ciò che emerge anche dalle interviste: lo descrive come un ragazzo modesto e timido, uno che non si monta la testa. «È molto tranquillo, al contrario di quello che si vede in campo», dice. E anche adesso che è un calciatore professionista preferisce volare basso. «Non vuole che parliamo dei suoi risultati in sua presenza», continua il padre. «Diventare calciatore è sempre stato il suo sogno: non lo diceva, ma si capiva da quanto seriamente prendeva gli impegni con la squadra». A testimoniare un’integrazione riuscita c’è anche il non aver mai vissuto situazioni di discriminazione. «Non le abbiamo mai provate, nemmeno in ambito sportivo: Max è sempre stato bene con gli amici e noi con gli altri genitori». Per tutta la famiglia Kumbulla questo è un momento speciale, vissuto però nella consapevolezza che il calcio è fatto di salite e discese repentine. Ma ora la gioia è grande e va vissuta appieno: «Non ci rendiamo ancora conto che Max è un giocatore di Serie A, ci sembra un film». •

Katia Ferraro
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