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18.02.2018

Momoli, il pescatore
simbolo del Garda:
«È ora di fermarsi»

Carlo Pasotti nel porto di Garda, il paese dov’è nato e ha sempre vissuto FOTO AMATO
Carlo Pasotti nel porto di Garda, il paese dov’è nato e ha sempre vissuto FOTO AMATO

«Il lago è stato la mia vita. Ma è arrivato il momento di dire basta. Però la prima cosa che farò ogni giorno sarà sempre di aprire le finestre per vederlo e respirane l'aria». C'è un filo di malinconia nella sua voce, ma gli occhi brillanti di Carlo Pasotti, conosciuto come Momoli, ammiccano mentre fa sapere che lascia le reti, che va definitivamente in pensione. Pasotti è uno dei più noti pescatori di tutto il lago di Garda. E un personaggio particolare visto anche come si presenta, non lasciando immaginare quanto ha nel cuore di raccontare.

«Sono alto 1 metro e 68, peso 85 chili ma ne pesavo 110, ho 76 anni, abito a Garda da quando sono nato: il 13 maggio 1942». Ha avuto tante disgrazie ma l'ottimismo non glielo ha tolto nessuno: «Il 13 è un numero fortunato. Mia moglie compie gli anni il 13 marzo, abbiamo 13 gradini e 13 termosifoni».

Poi cambia tono: «Da sempre sono pescatore - pescavo anche da bambino -, anche se per dei periodi sono stato motoscafista per gli americani della Setaf Us Army (Southern European Task Force) e per il Cnr, il Consiglio nazionale delle ricerche, Area della ricerca di Bologna, e per l'Istituto per lo studio degli ecosistemi di Pallanza. Ma ho anche avuto contatti con le Università di Ferrara e Venezia». Della quale conosce, ad esempio, il professore di ecologia Piero Franzoi con cui ha collaborato a ricerche sulla pesca professionale nel lago di Garda. «In questo periodo si parla molto, ad esempio, dei 2 gradi di aumento delle temperature delle acque pensando incida sulla pesca. Credo però che vari fattori contribuiscano al fatto che il lago non è più pescoso come una volta. Il lago è dei turisti e la pesca non è più molto redditizia. Del resto, un tempo c'erano tante qualità di pescato, ora scomparse o diminuite: l'alborella non c'è più, penso che il carpione sia arrivato alla fine, la trota c'è ma seminata, ci sono un po' più di coregoni».

Con la sua esperienza lo può attestare. Precisa il cognato Ivano Maffezzoli: «Carlo è stato presidente della Società Cooperativa fra pescatori di Garda molte volte negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, ma anche recentemente. Ed è interpellato in convegni di ittiologia». Ufficialmente in pensione dai 60 anni, l'addio «pratico» di Pasotti arriva ora: «Mio fratello Giorgio, con cui ho sempre lavorato, ha 79 anni e non sta bene e mia moglie ha bisogno che le stia vicino. Quindi, pur se a malincuore, lasciamo». 

 

Le due barche dei Pasotti sono sempre là, nel porto Garda Vecchio: «Non le userò più. Non voglio più saperne. Perché», confessa, «se il lago mi ha dato molto mi ha anche tolto tanto. Il 30 ottobre 2004, alle 2.30 del mattino, io e mio nipote Giorgio Baldassarri uscimmo a pescare insieme, ciascuno con la sua barca. Lui la sera non tornò più. I sub lo cercarono per giorni. Lo individuarono a 180 metri di profondità il 16 dicembre tra Manerba e l'Isola del Garda. Bruno, suo padre, fece un infarto in barca: lo trovai io al largo, curvo sulle reti, morto mentre stava tirandole su in un gelido mattino d'inverno». 

Ma ancora la tristezza sfuma in dolcezza: «Il lago mi ha regalato moltissimo», ripete. «Mi sono sposato a 55 anni fa con le toppe ai pantaloni e, con questo lavoro e il contributo di mia moglie, ci siamo comprati un appartamentino in via Puccini che è un sogno, che oggi sarebbe un miraggio per un pescatore e tanti altri. Abbiamo fatto studiare i nostri due figli: Riccardo, che ci è mancato sempre nel 2004, era elettrotecnico e l'altro è ingegnere informatico». Non gli mancherà il suo lavoro? «Come il contadino quando si sveglia corre in stalla a vedere le sue bestie, io spalancherò le imposte e guarderò il lago, che serba tutti i miei ricordi. L'incanto di certe giornate nebbiose quando è così quieto che sembra un prato, le indescrivibili albe... con due stelle che si alzano, il chiarore del sole che sale, quel senso di pace infinita che fa credere che Dio c'è. Così, quando sono solo in barca, ho qualcuno con cui parlare. Ma ora dico addio . È arrivato il momento di tirare le conclusioni. Sono contento di quanto fatto. Fiero anche d'essere donatore di sangue dell'Avis, con 147 donazioni ( gli sono valse pure il cavalierato, ndr), orgoglioso perché anche mio nipote ora lo è».

Chissà come farà. Ricorda ancora Maffezzoli, il cognato: «Quando organizzavamo un giro per l'Italia in tardo autunno, Carlo aveva il muso lungo perché doveva lasciare il lago. Gli passava solo quando vedeva il mare e, anche col freddo, si levava scarpe e calzetti e metteva i piedi nell'acqua alzando i pantaloni. Cambiava incredibilmente faccia». •

Barbara Bertasi
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