Il complesso militare torna in vita

Il complesso militare di Castelnuovo FOTO PECORA
Il complesso militare di Castelnuovo FOTO PECORA

Il complesso militare «Felice Chiarle» di Castelnuovo del Garda tornerà, almeno in parte, ad essere utilizzato come area addestrativa dell’Esercito italiano. I dettagli, anche per questioni di riservatezza militare, non sono stati ancora resi noti e forse se ne saprà di più tra qualche mese. Il riutilizzo del complesso era stato annunciato nel settembre 2019 dall’Agenzia del demanio in una lettera inviata all’amministrazione comunale castelnovese, in cui comunicava l’impossibilità di procedere alla cessione gratuita del bene al Comune, che nel 2013 ne aveva fatto richiesta in base alla legge sul federalismo demaniale. Trova così concretezza quanto spiegato dall’Agenzia del demanio al Comune un anno e mezzo fa motivando il ripensamento sulla cessione: contrariamente al primo parere positivo trasmesso nel 2017, ha informato dell’impossibilità di proseguire l’iter avendo verificato che l’immobile «è funzionale alle esigenze del ministero della Difesa» per sopraggiunte «esigenze istituzionali». In questi mesi sono stati così eseguiti dei lavori di taglio della vegetazione infestante attorno ai capannoni (una cinquantina, di diverse dimensioni) dopo molti anni di inutilizzo. La vasta area (un conteggio approssimativo effettuato con lo strumento di Google Maps calcola un’estensione di circa 100mila metri quadrati) è raggiungibile da via Carlo Marx e una buona parte è visibile dalla strada in salita che conduce al cimitero di Castelnuovo. Il complesso militare porta il nome dell’artigliere Felice Chiarle, nato a Peschiera del Garda e caduto in combattimento durante la Prima guerra mondiale. La storia della sua costruzione e del suo utilizzo nel corso dei decenni non è ancora stata scritta, ma da sempre desta l’interesse di Fernando Lorenzini, che alla soglia di 84 anni continua a dedicare le sue energie intellettuali alla ricerca e al racconto della storia del paese. Su un foglio tiene traccia di quanto è riuscito a raccogliere nel tempo sulle origini e sull’uso di quelli che lui chiama semplicemente «i capannoni di Castelnuovo», costruiti da un’impresa edile veronese «su ordine del governo italiano in previsione di un secondo conflitto mondiale», racconta Lorenzini. «Il lavoro», prosegue, «durò dal 1938 al 1940 e furono impiegati circa duecento operai. La struttura era fatta in modo da sembrare un villaggio, con tanto di chiesa e campanile: infatti un capannone terminava con l’abside, mentre sul campanile c’erano delle campane finte. Lo scopo era fare un deposito per l’esercito italiano». Il campanile stesso fu poi utilizzato come serbatoio per l’acquedotto. «In seguito arrivarono i tedeschi e ne fecero il loro quartier generale, munito di vettovagliamento, vestiario e officine meccaniche», continua Lorenzini. In questo periodo anche suo padre lavorò all’interno come manovale. Il 30 novembre 1944, pochi mesi prima della Liberazione, Castelnuovo subì il bombardamento aereo in cui persero la vita cinque persone. «L’obiettivo erano i capannoni militari», ricorda Lorenzini, «due aerei americani lo hanno centrato, con danni relativi, mentre il terzo è arrivato lungo e ha sganciato le bombe sul paese: una è rimasta inesplosa, mentre l’altra è caduta su due case in centro storico». Dopo la fine del conflitto la zona militare passò sotto il controllo americano fino agli anni Cinquanta. «Non c’è dubbio che per i castelnovesi sia stato un buon periodo, sia alle dipendenze dei tedeschi che degli americani, avendo potuto contare su una risorsa economica non indifferente», considera Lorenzini. È probabile che proprio dal modo di parlare degli americani il complesso «Chiarle» sia stato e in parte sia ancora identificato anche dai castelnovesi con la pronuncia inglese «Chiarle». «Verso la fine degli anni Cinquanta», conclude Lorenzini, «arrivò l’esercito italiano e vi rimase fino agli anni Ottanta contribuendo al benessere e allo sviluppo della comunità». •

Katia Ferraro