Delitto di Calmasino

«Ho ucciso la vicina di casa». Il killer di Chiara confessò il delitto alla moglie prima della fuga

La donna corse dai carabinieri a sporgere denuncia e partirono subito le ricerche
La scena del delitto. L’intervento dei carabinieri a Calmasino dopo l’omicidio di Chiara FOTO PECORA
La scena del delitto. L’intervento dei carabinieri a Calmasino dopo l’omicidio di Chiara FOTO PECORA
La scena del delitto. L’intervento dei carabinieri a Calmasino dopo l’omicidio di Chiara FOTO PECORA
La scena del delitto. L’intervento dei carabinieri a Calmasino dopo l’omicidio di Chiara FOTO PECORA

«Ho ucciso la vicina di casa». Emanuele Impellizzeri lo disse alla compagna poco dopo le 16, non appena la donna fece rientro a casa dal lavoro. E sicuramente capì subito che lei non avrebbe tenuto per sé quella notizia agghiacciante, che non lo avrebbe minimamente aiutato, che lo avrebbe denunciato.

Probabilmente fu per impedirle di fare «quella telefonata» che la portò al Grand’Affi ad acquistare un regalino per la festa di compleanno alla quale la figlioletta avrebbe partecipato di lì a poco, non lontano dalla casa di via Verona 42 a Calmasino. Poi si fece consegnare 200 euro - quel prelievo registrato proprio ad Affi - e si allontanò in moto, sulla Yamaha R6. Questo quello che accadde in quel «buco» tra le 17 e le 18 rimasto fino ad oggi inspiegabile.

Ma la moglie appena potè andò dai carabinieri a raccontare ogni cosa e quasi contemporaneamente Daniel, il fidanzato di Chiara Ugolini, dopo averla ripetutamente chiamata per capire come mai non fosse arrivata al lavoro, non ricevendo risposta era andato a casa. E scoperto il corpo immobile sul pavimento della cucina.

Per questo la ricerca del fuggitivo è iniziata immediatamente tant’è che la Polizia stradale ha fermato Impellizzeri a Impruneta, poche ore dopo. La fuga finì lì, alle porte di Firenze. Emerge questa ricostruzione dei fatti dagli atti di indagine e ieri il gip Marzio Bruno Guidorizzi ha emesso l’ordinanza di custodia cautelare a carico di Impellizzeri, detenuto a Sollicciano sulla base dell’ordinanza con la quale il gip di Firenze aveva convalidato l’arresto.

Ma il provvedimento del magistrato scaligero che gli verrà notificato in carcere è una sorta di pietra tombale per l’operaio di 38 anni accusato di omicidio volontario pluriaggravato dai motivi abbietti e futili oltre che dall’utilizzo di sostanze venefiche. Ovvero il contenuto di quella bottiglia arancione trovata sotto il lavandino della cucina di Chiara, l’«idraulico liquido» che contiene sostanze altamente corrosive, non solo candeggina.

La ricostruzione di quel che avvenne nel pomeriggio di domenica 5 settembre si basa in parte su quanto l’indagato disse spontaneamente alla polizia autoaccusandosi - e le sue dichiarazioni sono quindi utilizzabili -, ovvero che si era trattato di un raptus, che aveva perso la testa perchè lei urlava, e in parte sugli accertamenti effettuati dai carabinieri. La moglie, come detto, era al lavoro, lui (in affidamento in prova dopo aver scontato un periodo in carcere per rapina), verso le 14 aveva fatto un giro in bicicletta a Calmasino ma poi era rientrato a casa dalla bimba. Poco dopo era uscito sulle scale e dalla finestra del pianerottolo era saltato sul balcone del piano superiore, quello dell’appartamento occupato da Chiara e dal fidanzato Daniel Bongiovanni, il giovane che avrebbe dovuto sposare.

Un appartamento che per la coppia era una sistemazione temporanea in attesa che venisse terminata la casa a Lazise nella quale sarebbero andati a vivere. Un progetto di felicità interrotto per i due ragazzi. Emanuele Impellizzeri è entrato dalla portafinestra della cucina, Chiara si stava preparando per tornare al lavoro e ha sentito un rumore provenire dalla quella stanza che si affaccia su un tinello. Ed è andata a vedere.

La violenza. Lo ha affrontato, gli avrà chiesto cosa facesse in casa sua, lo conosceva ma sicuramente non si aspettava una reazione così aberrante: lui l’ha colpita, spinta con violenza, probabilmente lei ha battuto contro il tavolo o contro qualche altro mobile. Si è difesa perché al momento dell’arresto la polizia si è accorta che il meccanico aveva segni di graffi sul viso, ma l’uomo ha avuto la meglio e Chiara Ugolini è finita a terra, tramortita. Ma era viva. Nessun tentativo di aggressione sessuale, una violenza che non trova spiegazione, una ragione, anche se nulla può giustificare un omicidio.

Non sono emersi motivi di screzi, la coppia abita sopra al loro appartamento, Chiara lavorava in uno dei negozi di abbigliamento di proprietà della famiglia di Daniel, gentili, mai una discussione. A quel punto l’omicida ha preso la bottiglia arancione, un presidio che c’è in tutte le case, quel «pronto intervento» in caso di occlusioni delle tubature. Inodore, potente e letale per le sostanze che contiene. Forse spiegherà al giudice Guidorizzi o al pm Eugenia Bertini perché invece di andarsene ha versato il liquido micidiale in bocca a Chiara e poi le ha messo tra le labbra uno straccio perché non riuscisse a espellere la sostanza che le stava bruciando gli organi e che non le avrebbe lasciato scampo. Anche l’autopsia ha rilevato le ustioni da sostanza caustica in bocca e intorno alle labbra ma le lesioni interne sono state letali. Non poteva reagire. L’omicida è rientrato in casa e ha atteso il rientro della compagna. Freddo.

Fabiana Marcolini