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05.08.2019

Aquila si perde, salvata da volontari

L’aquila di mare appollaiata e denutrita sul cartello d’ingresso del paese prima di essere presa dai volontariL’esemplare dopo il salvataggio
L’aquila di mare appollaiata e denutrita sul cartello d’ingresso del paese prima di essere presa dai volontariL’esemplare dopo il salvataggio

«Lasciatela dove si trova, lasciatela stare, guai a chi la tocca». È sabato sera e le linee del telefono dei carabinieri sono bollenti. Sul cartello del comune di Zevio c’è un enorme rapace. Immobile. Sulla statale si è formata una lunga colonna di auto, c’è chi rallenta e chi si ferma. Diverse persone, perlopiù ragazzi, sono scesi dalla macchina. Qualcosa non quadra. Vogliono fare qualcosa, il povero animale è chiaramente in difficoltà. Prendono il cellulare, scattano foto e telefonano in cerca di aiuto. Ma le indicazioni dei militari sono tassative, quasi minacciose: «Non toccare l’animale, lasciatelo stare». Di intervenire, però, le istituzioni non ci pensano proprio. Sostengono che sia normale che si trovi lì. Si tratta di un’aquila di mare ma forse è addirittura un’aquila reale. Serve il parere di un esperto. Parliamo di un esemplare di 85 centimetri di altezza e con un’apertura alare di due metri e venti. È stremata, indifesa, rassegnata. Non può essere altrimenti perché sarebbe stato impossibile solo immaginare di avvicinarsi così tanto a una creatura del genere. Ha bisogno di aiuto. Sabrina Pesarini, una giovane amante degli animali e guida ambientale escursionistica, lo capisce subito e chiama il 112. «I carabinieri mi rispondono che sono usciti, che hanno fatto le foto e che le hanno trasmesse al Corpo forestale. Che avrebbe detto che va bene così, di lasciarla dove si trova». Ma non va bene manco per niente, pensa Sabrina. E decide di chiamare Verdeblu, l’unico centro di recupero di fauna selvatica rimasto nel Veronese, visto che la Lipu non ha più le risorse per intervenire e la Fenice, la Cras di Lazise, sta chiudendo. Due giovani volontari dell’associazione sono a cena, abitano a Dossobuono e sono fuori con gli amici. Saltano in auto e partono per Zevio. «Erano le 22.30», racconta Michela Padovani, volontaria per Verdeblu da circa un anno e mezzo assieme al proprio ragazzo Luca Lonardi. «Non si muoveva», racconta, «l’abbiamo presa senza problemi. Si era accasciata e si è fatta raccogliere. Significa che era davvero in condizioni pessime». Lo conferma Fabrizio Croci, presidente di Verdeblu. «Denutrita, debolissima e piena di parassiti, la stiamo curando, appare molto docile. O sta malissimo o era abituata all’uomo, forse qualcuno la teneva in cattività. Adesso proviamo a salvarla, è un animale bellissimo». Durissimo lo sfogo della Onuls su facebook: «Adesso basta. Come Centro Recupero da 20 anni cerchiamo di fare il possibile, fra mille difficoltà, nell’indifferenza generale, senza polemiche, senza accusare nessuno. Ma quando si tocca l’apice della vergogna non si può più tacere. A cosa servono le leggi di protezione della fauna? Protetta da chi? Stiamo parlando di un’aquila, nemmeno per questa si riesce ad intervenire? No, nemmeno per lei, come per altre centinaia di animali selvatici lasciati a morire. Dove sono gli organi dello Stato, che, come recita la Costituzione, è proprietario della fauna selvatica? Dov’è la Regione Veneto, che dovrebbe finanziare i centri recupero e metterli in grado di agire?». Domande destinate a perdersi nel vuoto. •

Marzio Perbellini
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