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06.08.2019

Aquila di mare, da dove viene? «Sembra abituata all’uomo»

Matteo Trevisani, il veterinario di Verdeblu, sta ispezionando le ali dell’aquila di mare recuperata a Zevio
Matteo Trevisani, il veterinario di Verdeblu, sta ispezionando le ali dell’aquila di mare recuperata a Zevio

È un’aquila di mare quella recuperata sabato sera a Zevio. Un esemplare bellissimo di circa 85 centimetri di altezza e con un’apertura alare di due metri e venti. L’ha presa in cura Verdeblu, il centro di recupero di fauna selvatica autorizzato dalla Provincia con sede a Castel D’Azzano. Le condizioni del rapace, visitato da Matteo Trevisani, veterinario della onlus, sono in netto miglioramento. «L’aquila è estremamente docile», spiega Fabrizio Croci, presidente di Verdeblu, «non ha ferite da armi da fuoco, non ha fratture, era solo estremamente debilitata. Il forte sospetto è che sia abituata all’uomo e che sia in qualche modo scappata da qualcuno che la teneva in cattività. Non ci sono però», specifica, «né anelli identificativi, né microchip, che in questo caso sarebbero obbligatori per legge. È solo un’ipotesi», aggiunge, «ma potrebbe essere quella giusta. Le sue condizioni», prosegue, «non erano affatto buone, molto denutrita e piena di parassiti». Sulla sua provenienza non c’è nulla di certo salvo il fatto che è un evento raro vedere un’aquila di mare a Zevio poiché è diffusa soprattutto nel nord Europa, nonostante la sua presenza in Veneto in passato sia stata registrata nel veneziano e sulle rive dell'Adige nella bassa. Animale schivo, impossibile avvicinarlo se non addomesticato o ferito. I volontari di Verdeblu che sabato sera sono partiti per recuperarlo, come hanno raccontato, non hanno avuto alcun problema a prenderlo. L’aquila era ferma sul cartello di Zevio all’inizio del paese da diverse ore e aveva attirato l’attenzione di decine di automobilisti. Che avevano rallentato e si erano fermati per fare foto. Sabrina Pesarini, una giovane amante degli animali e guida ambientale ed escursionistica, ha capito che c’era qualcosa che non andava e, come ha raccontato, ha prima cercato di mettersi in contatto con il corpo forestale dello Stato, inutilmente. E poi ha chiamato il 112. Dai carabinieri, però, è arrivato tassativo l’ordine di non toccare l’animale e di lasciarlo dove si trovava perché andava bene così. Tanto che un falconiere del posto, chiamato da alcuni abitanti della zona, e che aveva già preso il rapace per consegnarlo alla autorità, lo ha subito liberato e se ne è andato. Sabrina, che si era resa conto che l’aquila era in grande difficoltà, ha dunque chiamato Verdeblu, che, grazie ai due volontari, Michela Padovani e Luca Lonardi, ha recuperato l’uccello e lo ha portato all’oasi di Castel D’Azzano. I CRAS AL COLLASSO. Una vicenda che ha riportato alla ribalta le condizioni in cui sono costretti a operare i centri di recupero fauna selvatica (Cras): senza fondi pubblici, si basano solo su donazioni e sul lavoro di volontari e a Verona, come nel resto d’Italia, sono tutti in crisi perché le spese per il recupero, la cura e la riabilitazione degli animali feriti, sono elevatissime. Difficile, se non impossibile, restare a galla con le proprie forze. Nel Veronese, nonostante le tante difficoltà, resiste per ora solo Verdeblu (anche se pare che il Comune di Castel D’Azzano abbia dato lo sfratto alla onlus) poiché la Lipu e la Fenice non hanno più le risorse per intervenire. Ed è una situazione che mette a grave rischio la fauna. Chi la salverà adesso? Non è improbabile imbattersi in una volpe investita, un rapace impallinato, uno scoiattolo o un riccio in difficoltà. Volerli aiutare sarà sempre più complicato: la legge vieta di raccogliere o detenere animali selvatici, che sono di proprietà dello Stato. A parte la Polizia provinciale e il corpo forestale dello Stato (i cui organici però sono pure ridotti all’osso), infatti, possono intervenire solo i Cras, che sono stati autorizzati dalla Provincia. Certo, pur di non lasciarla sul ciglio della strada, ci si può sempre caricare una volpe in macchina, ma per portarla dove? A chi? Il problema è grosso, ma alla politica pare non interessare. Se avesse un decimo dell’attenzione che presta alle istanze, per esempio, delle associazioni venatorie potrebbero cambiare molte cose. Ma animali e ambiente sono sempre in fondo alla lista delle priorità. Non portano voti e vengono lasciati in mano a uomini e donne di buona volontà. •

Marzio Perbellini
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