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02.04.2020 Tags: San Bonifacio

Trecento trasferimenti in aree critiche Così il pianeta sanità combatte il virus

Personale dell’ospedale di San Bonifacio
Personale dell’ospedale di San Bonifacio

Paola Dalli Cani Tre eserciti chiamati «ad operare con l’ignoto», schierati tutti sullo stesso fronte davanti ad un nemico invisibile: è la guerra al Covid19 che negli ultimi giorni, anche all’ospedale Fracastoro di San Bonifacio, ha catapultato in prima linea medici, infermieri ed operatori socio-sanitari che fino a poco prima lavoravano in reparti specializzati o avevano vinto un concorso. Incontenibile dai Covid hospital, il virus «s’è preso» pure gli ospedali che ci si sarebbe augurati Covid free. E dai loro mondi, in forza di mobilità d’urgenza ed inserimenti direttissimi, decine di lavoratori sono piombati in un pianeta a parte, quello della rianimazione e della terapia intensiva, che ha stravolto la vita. «C’è l’uomo prima, poi il professionista e quindi l’esecutore: in questa emergenza è la parte umana che emerge», dice Ivan Moretti (Uil-Flp di Verona, voce degli Oss), «questo spiega perché, quando si era costretti ad usare i dispositivi di protezione individuale per più di un turno, la risposta alla chiamata dell’emergenza non sia stato un aumento di malattie. È il fattore umano, non retribuibile, ad essersi imposto con la professionalità sulla mancata formazione, il mancato amalgama per garantire continuità assistenziale». «Ce la facciamo perché costruiamo coesione, consapevoli di valori e di ruoli, quelli dei professionisti ospedalieri, che solo ora si riscoprono primari», fa eco Mauro Cinquetti (presidente dei primari veronesi di Anpo, l’associazione nazionale dei medici ospedalieri), «impegnati come tutti in tanti piccoli miracoli organizzativi, dalla riorganizzazione di spazi e servizi alla salvaguardia di tutto ciò che Covid non è, pronti a mettersi in gioco cercando di avere sempre figure di riferimento fondamentali come rianimatori, internisti, anestesisti». «Nessuno ha vissuto queste disposizioni come imposizioni», considera Guerrino Silvestrini (segretario regionale di Nursing Up, una delle sigle degli infermieri) a proposito degli oltre 300 spostamenti di aree nell’Ulss 9, «pur sapendo che la maggior fonte di contagio è l’ospedale, pur consapevoli che si contiene proteggendo chi negli ospedali lavora, pur con la scarsità di dispositivi di protezione, equilibrata solo in questi ultimi giorni, e anche se un mese e mezzo dopo l’inizio dell’emergenza la maggior parte degli operatori non siano ancora stati sottoposti a screening». Derogano dall’orario, «in rianimazione si fanno i doppi turni notturni per equilibrare il personale esterno e al tempo stesso nei reparti dove si porta avanti l’attività ordinaria viene richiesto un enorme impegno orario», aggiunge Silvestrini. Sono tutti lavoratori che sono germogliati nel terreno di un servizio sanitario nazionale, che, come dicono all’unisono, li ha svuotati di ruolo, non gratificati, non protetti: sono persone alle quali vien chiesto di muoversi mantenendo lucidità e motivazioni di chi deve vincere anche davanti alle perdite umane che lo fa sentire profondamente inferiore al nemico, sconfitto. «Abbiamo chiesto a gran voce supporto psicologico, perché l’emergenza sanitaria di oggi, per noi domani rischia di essere un’emergenza psicologica», dice Moretti. «Uno forzo immane, la coscienza del rischio che è costato la vita, sino ad ora, a 60 medici in Italia. La risposta la troviamo nello spirito di gruppo e ci auguriamo che questo impegno venga riconosciuto oggi, perché lo si continui a valorizzare domani», aggiunge Cinquetti. Gratificazioni reali, che vadano oltre gli applausi e i ringraziamenti, lo chiedono tutti, «a cominciare dalla distribuzione dei 150 milioni destinati al Veneto e da un input anche materiale sul quale la Regione e la politica stanno tardando un po’. Di cosa c’è bisogno ora?», conclude Silvestrini, «che la curva cali, poi di ricambi nel personale, riposi, turnazione alleggerita, permessi parentali dove sono stati sospesi, poi parleremo di indennità». Sul primo obiettivo ognuno di noi può fare la sua parte: basta restare a casa. •

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