I ragazzini giocano come nella serie tv

Squid Game, allarme a scuola. I genitori: «"Chi perde muore" è un concetto inaccettabile»

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Una scena di Squid Game, la serie tv coreana
Una scena di Squid Game, la serie tv coreana
Una scena di Squid Game, la serie tv coreana
Una scena di Squid Game, la serie tv coreana

A ricreazione il gioco che simula la morte: si chiama Squid game, si ispira all’omonima serie coreana trasmessa da Netflix, spopola tra i giovanissimi ed è arrivata in tutte le scuole. A Montecchia di Crosara sono stati alcuni genitori dei bambini della primaria, ma pure la scuola, a lanciare l’allarme: «Quei giochi, in cui si gareggia per denaro e muore chi perde, favoriscono comportamenti violenti e danno messaggi inaccettabili, tanto più in bambini così piccoli». Succede in tutte le scuole dove un gioco innocente come Un due tre stella finisce con pollice e indice puntati addosso all’amichetto, a simulare una pistola, e la frase che suona come una sentenza: «Hai perso, adesso muori».

L’allarme è diffuso in tutta Italia, tanto che si moltiplicano le richieste di interrompere la serie Netflix, e a Montecchia se ne parla tra genitori e docenti: ai bambini, nei giorni scorsi, ha sentito la necessità di parlare la stessa dirigente Vilma Molinari andando direttamente in classi. Il problema sembra essere a monte, legato all’accesso dei piccoli a contenuti che dovrebbero essere loro preclusi, forse attraverso la tecnologia sempre disponibile dopo i mesi di didattica a distanza, il racconto dei coetanei, un fratello maggiore, Tik Tok. Stando alle famiglie, nelle classi metà bambini guarderebbe la serie mentre l’altra metà bisticcia coi genitori che, invece, glielo vietano. E di vietarla, o meglio censurarla, lo hanno chiesto di recente anche alcune associazioni italiane.

Tutto o niente, vien da dire, ma secondo alcuni esperti una via di mezzo c’è ed è quella che trasforma uno spettro in una formidabile opportunità educativa per i piccoli ma pure per gli adulti: «Censurare non serve a risolvere il problema perché blocca a monte ciò che continuerà a vivere a valle. Per i bambini quello è solo un gioco», dice Mirella Ruggeri (professore di psichiatria all’università di Verona e direttore dell’Unità operativa complessa di psichiatria in Azienda ospedaliera), «difficile che rilevino la crudeltà che va, invece, spiegata. Servono, però, competenza e forza interiore, la volontà di riflettere insieme su certi temi e le possibili traduzioni nella vita reale ma pure l’umiltà, quando da genitori parliamo di esempi, di ammettere quando si sbaglia».

Lo dice in altre parole Martina Puglisi, tecnico della riabilitazione psichiatrica: «Bisogna parlare del problema, non pensare di eliminarlo: solo così si può aiutare il bambino ad elaborare fino a condurlo a smettere perché capisce che quello che sta guardando è brutto. Ora si chiama Squid game ma è l’ennesima bandierina rossa che dovrebbe spingerci a fermarci un momento e a prenderci il tempo per lavorare sulle emozioni». Ruggeri non colpevolizza né la serie né il mondo degli adulti, si dice solidale nei confronti della scuola, che invita a promuovere incontri su come gestire queste situazioni, ma anche delle famiglie, non sempre necessariamente disattente, alle quali suggerisce un dialogo leale in quanto ancorato ad un’analisi dei propri valori e all’ammissione dei propri errori. Un processo che, oltre tutto, sarebbe consigliabile avviare sempre, anche quando gli stimoli potenzialmente traumatici arrivano dalla vita reale rappresentata dai telegiornali attraverso un racconto quasi mai mediato dai genitori: «Nel gioco vita e morte ruotano attorno al denaro», dice a titolo di esempio, «riflettiamo allora, prima di affrontare il tema coi piccoli, sul peso che gli attribuiamo noi nel quotidiano. Dobbiamo chiederci cosa hanno bisogno di mettere in scena i nostri bambini e ragazzi consapevoli pure, come ricorda la psicologa Caterina Dani, dell’iperstimolazione visiva e uditiva alla quale spesso sono sovraesposti al punto da anestetizzarli». 

Squid game (letteralmente: il gioco del calamaro) è una serie televisiva sudcoreana in nove episodi trasmessa da Netflix (a partire dal 17 settembre scorso), scritta e diretta da Hwang Dong-hyuk. Seong Gi-hun, un uomo divorziato e sommerso dai debiti, con l’obiettivo di riuscire a salvare la madre malata e ottenere l'affidamento della figlia Seong Ga-yeong, viene invitato a giocare a una serie di giochi tradizionali per bambini per vincere una grossa somma di denaro: accetta l'offerta e si ritrova in un luogo sconosciuto insieme ad altre 455 persone con debiti simili ai suoi. I giocatori sono tenuti costantemente sotto controllo da alcune guardie vestite di rosso, sotto la sovrintendenza di un Front Man, e scoprono da subito che chi perde viene ucciso, e ogni morte aggiunge una cospicua somma al montepremi finale di circa 33 milioni di euro. Gi-hun, il numero 456, fa squadra con altri giocatori, incluso il suo amico d'infanzia Cho Sang-woo, il numero 218, per sopravvivere alle sfide fisiche e psicologiche sottoposte dai giochi. Gi-hun è il capo di una società di investimenti. Entrato all'Università di Seul, è ricercato dalla polizia per aver rubato soldi ai suoi clienti.

 

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Paola Dalli Cani