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07.02.2020

Muore a 47 anni l'enologo ed ex portiere amato da tutti. Lascia due bimbi piccoli

Stefano Menapace, il dirigente della Cantina di Soave, morto a 47 anni
Stefano Menapace, il dirigente della Cantina di Soave, morto a 47 anni

È morto mercoledì, per una malattia, Stefano Menapace, 47 anni, padre di due bambini piccoli, Pierpaolo e Matilde, sposato con Liliana, enologo della Cantina di Soave, con un passato da portiere con i colori del Soave.

Era figlio di Paolo Menapace, presidente della Strada del vino Soave e colonna portante del volontariato soavese e non solo. La sua scomparsa ha lasciato sgomenta la comunità di Soave, perché sembrava che fosse riuscito a sconfiggere la malattia.

 

C’è grande sconforto soprattutto in Cantina di Soave, per la sua morte prematura, dove prestava il suo lavoro con passione e grande competenza in qualità di enologo, da 25 anni. «Stefano era generoso ed aveva uno straordinario spessore umano», lo descrivono i suoi colleghi di lavoro, con in testa il direttore generale della cooperativa vitivinicola più importante d’Italia, Wolfgang Raifer. «Non era solo un nostro collega, ma anche un amico ed una persona su cui si poteva sempre contare. Apprezzato da tutti per le sue doti di bontà, generosità, per il suo sorriso e la grande forza di volontà, era sempre pronto ad aiutare gli altri. Stefano resterà per sempre nei nostri cuori», assicurano i suoi colleghi in lacrime. I suoi funerali verranno celebrati domani alle 10, nella chiesa parrocchiale di San Lorenzo in Soave.

 

«Il “Mena”» per me era come un fratello», dice Agostino Magrinello, amico da una vita di Stefano, nonché collega di lavoro, «e con lui ho condiviso per un sacco di anni lo spogliatoio: io come difensore e lui come portiere. Molto spesso lo sostenevo e lo caricavo quando prendeva gol, perchè si arrabbiava, soprattutto con se stesso».

«Quando io passai dall’altra parte della scrivania, mi chiedeva sempre un consiglio, perché si fidava di me ed ero orgoglioso di poterlo aiutare», ricorda Magrinello. «Con lui abbiamo condiviso 12 anni di lavoro in Cantina. Eravamo partiti tutti e due dal basso: io in ufficio amministrativo e lui in ufficio tecnico. Ma anno dopo anno siamo cresciuti umanamente e professionalmente. Parlavamo spesso della nostra crescita professionale. Parlavamo degli anni che passavano. Stefano mi parlava di una certa Liliana, che poi è diventata sua moglie: ne era fiero e io ero felice per lui, come lo fui quando diventò papà».

«El Mena papà», racconta sempre l’amico di una vita, «non potevamo più fare le nostre cene tra i soliti colleghi ed ex colleghi, a casa sua. Sulle nostre sedie da quel momento si sarebbero seduti i suoi figli. Alle nostre cene, ogni tanto qualcuno mancava, ma lui era sempre presente e per noi era diventato Il Dirigente». “Lo prendevamo in giro, perché sapevamo di poterlo fare e sapevamo che il suo ruolo, era sempre più importante all’interno dell’organigramma della Cantina di Soave», conferma Magrinello, «Ma lui ci smentiva, sapendo di mentire. Assieme al Mena ci siamo sempre divertiti molto. Ci mandavamo a quel paese e un secondo dopo ci ridevamo sopra, come fanno i veri amici». «Da pochi mesi eravamo diventati anche vicini di casa: pensa te, dicevamo tra di noi, dopo anni ci siamo ritrovati pure vicini di casa, in quella Soave in cui desiderava tornare a vivere in modo stabile», conclude Magrinello, «L’ho visto l’ultima volta un paio di settimane fa, io e lui, siamo rimasti un’ora da soli. Ci ha interrotto l’infermiera che doveva portargli il pranzo, altrimenti saremmo andati avanti chissà per quanto. Come una volta». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Zeno Martini
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