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18.06.2019

I testimoni: «Quei tre volevano uccidere»

Una pattuglia di carabinieri e un’ambulanza giunti subito dopo l’aggressione
Una pattuglia di carabinieri e un’ambulanza giunti subito dopo l’aggressione

Restano in carcere con l’accusa di tentato omicidio i tre marocchini che mercoledì scorso, in pieno pomeriggio, hanno aggredito e ferito gravemente un loro connazionale nel parcheggio del centro commerciale «Soave Center», a pochi passi dal centro del paese. Lì, a lato della statale 11, accanto alla rotonda da cui parte Viale della Vittoria che porta ai piedi del Castello medievale, cinque giorni fa il trentatreenne C.A., irregolare e con precedenti per spaccio e per furto, ha rischiato di morire. «Sul serio», hanno raccontato i testimoni, fondamentali per riuscire ad individuare ed arrestare i colpevoli, «volevano ammazzarlo davvero e ci stavano riuscendo: è caduto a terra tutto insanguinato, ha perso i sensi e quando sono arrivati i soccorsi era immobile. Dopo averlo conciato per le feste, i tre sono saliti su una Golf e sono fuggiti verso San Bonifacio. Chi era qua, dentro ai negozi e più in giù al distributore, ha visto tutto». Ha visto, ad esempio, un pezzo della targa della Volkswagen blu permettendo così ai carabinieri di risalire, nel giro di un’ora, al proprietario: i militari si sono portati direttamente a casa sua, alla periferia di San Bonifacio, si sono appostati e quando la macchina è tornata alla base con a bordo i tre «soci», li hanno fermati con l’accusa di tentato omicidio confermata il giorno dopo in direttissima dal gip Giuliana Franciosi. Degli imputati che hanno mezzo ammazzato il connazionale, solo uno è regolare sul territorio con residenza nel Padovano, mentre gli altri due non hanno dimora: sono B.D di 32 anni, B.H. di 22 e E.D.D. di 23. Il ferito, a tutt’oggi, è in prognosi riservata al Polo Confortini. Le sue condizioni sono gravi ma stabili. Ieri mattina al Comando Provinciale dei Carabinieri il comandante della Compagnia di San Bonifacio ha voluto ricostruire nel dettaglio l’episodio, «così da mettere a tacere alcune voci che, al momento, non hanno avuto alcun riscontro oggettivo». Come quella, ad esempio, che C.A. sarebbe stato ferito con un machete conficcato sulla schiena. «Non è vero», ha spiegato il capitano Daniele Bochicchio, «la vittima non aveva alcuna ferita provocata da questa arma da taglio né sul dorso né in altre parti del corpo. Invece, accanto al marciapiede del parcheggio del centro commerciale abbiamo recuperato una roncola», precisa il comandante, «ma non era insanguinata, quindi presumibilmente non è stata utilizzata nell’aggressione, mentre vicino all’abitazione di uno dei tre, quella dove è scattato poi l’arresto, c’era il bastone che è stato descritto dai testimoni come arma usata per picchiare selvaggiamente il malcapitato». Sui motivi della «spedizione punitiva», le forze dell’ordine si sbilanciano a dire che a far scattare l’ira dei tre sarebbe stato proprio C.A.: il giorno precedente all’agguato, proprio lui avrebbe con una pietra mandato in frantumi il parabrezza dell’auto di uno dei tre concittadini. E perchè? «Non lo sappiamo», risponde il capitano Bochicchio, «le indagini sono in corso, ma che questo atto vandalico sia avvenuto, l’abbiamo accertato e corrisponde a verità. Sul perchè poi uno vada a spaccare i cristalli dell’auto degli “amici“, quale sia la causa, stiamo cercando anche noi di capirlo. Di sicuro, faccende “private” di un certo spessore». Si era parlato, nell’imminenza dei fatti, di traffico di droga e di conti in sospeso tra «spaccini». «Nessun riscontro in tal senso», conclude il numero uno della compagnia di San Bonifacio. Altri dettagli, di sicuro, li fornirà il ferito appena i medici scioglieranno la prognosi e potrà parlare. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Camilla Ferro
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