Sisma «magno» Capitò 900 anni fa
e fu vero flagello

L’effetto devastante di un terremoto: una strada squarciata a Castelluccio di Norcia il 30 ottobre scorso
L’effetto devastante di un terremoto: una strada squarciata a Castelluccio di Norcia il 30 ottobre scorso
L’effetto devastante di un terremoto: una strada squarciata a Castelluccio di Norcia il 30 ottobre scorso
L’effetto devastante di un terremoto: una strada squarciata a Castelluccio di Norcia il 30 ottobre scorso

La media pianura atesina, 900 anni fa venne scossa da uno sciame sismico di proporzioni fino ad allora sconosciute. Quello che sta vivendo oggi il Centro Italia, in particolare i paesi sull’Appennino nel Reatino, come Amatrice, Norcia, Accumuli e altri, lo vissero i veronesi a partire dal 3 gennaio del 1117. Dalle cronache del tempo, l’epicentro del sisma, o almeno di una parte dello sciame sismico che seguì la prima scossa del 3 gennaio, potrebbe essere stato proprio nelle vicinanza di Ronco. Qui, il campanile e la pieve di Santa Maria vennero distrutti e si dovettero ricostruire, accanto ai resti del castello del conte Milone di Sambonifacio, eretto nel 929, anch’esso devastato. Del castello resta la torre, che è stata ricostruita dopo il terremoto e diverrà un campanile nel XVI secolo.

Quello del 3 gennaio 1117 viene definito, nelle cronache del tempo, il «terremotus magnus», perché sconvolse la città di Verona e tutto il veronese. Lo storico Giovanni Battista Verci, nel Settecento, in riferimento a Ronco, scrisse: «1117 Anno ab incarnatione domini nostri Jesu Christi MCXVII terremotus magnus, qui evertit Ecclesiam, et campanile S. Marie de Runco». Il terrificante terremoto che scosse gran parte della pianura Padana si verificò alle 22, ma secondo alcuni scritti, successe alle 21 o poco prima del tramonto. La pianura tremò e le scosse di assestamento durarono ben 40 giorni. Si ha notizia di gravi danni nell’attuale Slovenia fino al Piemonte, a Reims in Francia, in Germania ed Austria fino a Montecassino.

L’epicentro viene indicato dagli studiosi di sismologia, vicino a Verona: il sisma ebbe una violenza pari al 9°/ 10° grado della Scala Mercalli. Come dicevamo, alcuni studiosi indicano Ronco come epicentro, anche se, molto probabilmente, fu invece nella zona della media pianura atesina veronese. Da ciò che è giunto fino a noi, si intorbidirono le fontane, molti alberi vennero sradicati e la terra si aprì in molti punti. Le acque del Po furono viste sollevarsi, creando una volta e quindi ripiombare a terra. Distrutti anche gli argini dell’Adige e del Po per cui si verificarono ampie alluvioni. Nella Laguna di Venezia si verificò un’eruzione di acqua sulfurea. La città di Malamocco, in Laguna, fu completamente distrutta e mai più ricostruita.

Ma fu un solo terremoto oppure più d’uno, avvenuti tutti nello stesso giorno in orari e con epicentri diversi? Sappiamo che a Cremona, ad esempio, il terremoto avvenne tra le 16 e le 17 del 3 gennaio. A Verona si sentì tra le 21 e le 22 dello stesso giorno, mentre a Pisa il terremoto è segnalato il 4 gennaio del 1117. Studiando i rifacimenti dei monumenti, come il Duomo di Verona e quello di Cremona, si è potuto stabilire che il sisma ebbe un andamento ondulatorio con direzione Nord-Sud. Al di sotto dei sedimenti della pianura Padana esistono strutture tettoniche attive e capaci di generare terremoti, come testimonia sia la sismicità strumentale dell’area sia il verificarsi di importanti terremoti storici e di quelli recenti dell’Emilia Romagna e del mantovano. Verona, vicina all’epicentro, fu rasa al suolo: ancora oggi sono visibili sull’Arena gli effetti, per cui crollò la cinta di arcate più esterne di cui rimase in piedi solo la nota ala con le 4 arcate. Anche a Padova crollarono molti edifici, tra cui la Basilica di Santa Giustina. Distruzioni interessarono quasi tutta la Lombardia, con crolli anche a Milano. Rovine anche dal Friuli fino al Piemonte e in Toscana dove, a Pisa, vi furono numerosi crolli e molte vittime. Sempre quel 3 gennaio, sono menzionati danni anche in Lazio, a Montecassino, e poi, come detto, in Francia, Slovenia, Austria e Germania.

Esiste una mappatura dei terremoti che si verificarono tra il 3 e 4 gennaio 1117 in Europa: due i terremoti in Germania, uno a Bamberga e l’altro a Augsburg. Uno a Reims, in Francia e un altro sul confine tra Friuli, Austria e Slovenia. Infine, 4 i terremoti in Italia: Verona, Cremona, Pisa e Montecassino. Le notizie sull’evento non sono giunte direttamente dall’epoca dei fatti, ma riscritte secoli dopo. È possibile che gli storici abbiano collocato alcuni terremoti, avvenuti in periodi diversi, in un’unica data, cioè in quella del sisma a Verona. I terremoti che sicuramente accaddero tra il 3 e 4 gennaio 1117 sono quello di Verona e forse quello di Cremona e Pisa. Quello del 1117 è il più forte terremoto che si conosca lungo il margine prealpino bresciano–veronese. Due le scosse principali: la prima nella notte tra il 2 e il 3 gennaio e la seconda, più forte, nel tardo pomeriggio del 3 gennaio. Il campo macrosismico è complesso, con aree di maggior risentimento. Il «paesaggio geologico» sepolto nella Pianura Padana è molto articolato e complesso e si può immaginare costituito da montagne ammantate da moltissimi sedimenti di origine marina e fluviale. Per secoli nella pianura Padana vi erano ampie aree paludose e fitte e impraticabili foreste, con sporadici nuclei abitati. Esiste quindi la possibilità che altri forti terremoti accaduti nell’area non siano stati sentiti dall’uomo e quindi nemmeno adeguatamente documentati, senza fonti storiche.

Tornando al caso di Verona, la geostruttura sismogenica del terremoto del 1117 potrebbe essere sepolta nei sedimenti alluvionali della pianura, o invece corrisponderebbe, secondo un’accreditata ipotesi, al Monte Baldo settentrionale, che s’innalzò o modificò proprio a causa delle scosse. Oggi si sa che il Baldo è zona molto sismica. Interessante notare come tante costruzioni, soprattutto di culto, siano state ricostruite dopo gennaio 1117 come l’abbazia di San Pietro di Villanova, la pieve di Tombazosana, quella di Ronco, quella di Scardervara, della Madonna della Strà a Belfiore e tante altre ad oriente di Verona, datate guarda caso tra il 1140 e il 1150.

Zeno Martini