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30.06.2019

Morto di caldo, i dubbi dei colleghi

La strada, in via Battisti dove ha avuto il malore il giovane FOTO  RAMA
La strada, in via Battisti dove ha avuto il malore il giovane FOTO RAMA

Riccardo Ruffo non si da pace. Lui è il figlio di uno dei due soci titolari dell’impresa Costruzioni Ruffo, appaltatrice del cantiere in cui lavorava, da cinque giorni, Albert Gaisha Morina, il ventiquattrenne kosovaro deceduto giovedì notte all’ospedale di San Bonifacio dopo essere stato soccorso a Colognola ai Colli, in via Battisti. LA TESTIMONIANZA. Lui è l’uomo che ha seguito passo passo i soccorsi, che ha per primo, assieme allo zio della vittima e ad altri operai, cercato di darle aiuto. Ed era in ospedale, quando il giovane muratore è spirato. «Albert lavorava da noi da pochi giorni, è kosovaro e ci sono altri familiari che lavorano per noi, abitano nel Bresciano, vicino a Rovato. Giovedì Albert, finito il lavoro, è uscito dal cantiere e ha attraversato la strada, si è aggrappato all’inferriata della cancellata di fronte e ha iniziato a tremare come avesse una crisi epilettica. Mio fratello si è accorto che stava male, e ha chiamato me e lo zio. Assieme a tutti gli altri operai lo abbiamo subito soccorso, steso a terra, gli abbiamo alzato le gambe, slacciato la cintura dei pantaloni e abbiamo iniziato a spruzzarlo con acqua fresca. Ci siamo chiesti se avesse detto che stava male durante la giornata, ma nessuno lo aveva sentito lamentarsi. Aveva lavorato come al solito», racconta Ruffo, ricordando ogni frame di quegli attimi. «Io stesso ho chiamato l’ambulanza dicendo che c’era un uomo svenuto a terra senza conoscenza. Poi per cinque secondi Albert ha aperto gli occhi ci ha detto che stava male, ma che si riprendeva. Ma poi è svenuto di nuovo». Il resto del racconto di Ruffo è una fotosequenza, drammatica. «L’ambulanza è arrivata in una decina di minuti, c’erano un paio di operatori, forse volontari. Sono scesi dall’ambulanza senza la sacca dei soccorsi, ci hanno detto di allontanarci e hanno visitato Albert, poi hanno preso la sacca, quindi misurato i parametri vitali. Dopo circa dieci minuti rendendosi conto della gravità, hanno allertato la centrale operativa del 118 che ha mandato l’elicottero. In dieci minuti è arrivato. Nel frattempo, Albert che era in ambulanza è stato trasferito a circa 800 metri dal luogo in cui era stato male, giusto per arrivare al campo dove abbiamo fatto atterrare l’elicottero». Il racconto di Ruffo prosegue dicendo che al giovane erano state fatte flebo, e delle iniezioni. ALTRA EMERGENZA. «Per come si erano mossi gli operatori, Albert stava per essere trasferito sull’elicottero, ma è arrivata una chiamata che annunciava che c’era un anziano in arresto cardiaco in vicolo cieco Cambrago, quindi l’ambulanza con Albert a bordo s’è recata dall’anziano. In tutto saranno due chilometri di distanza. Io ho chiesto ai sanitari perchè non lo avevano caricato in elicottero, ma non mi hanno risposto. Mentre alcuni soccorritori sono entrati in casa dell’anziano che è purtroppo è deceduto, altri due sono rimasti con Albert in ambulanza. Io ho chiesto notizie di nuovo di Albert e i sanitari mi hanno risposto che era sedato e intubato e che non mi sapevano dire l’evoluzione della prognosi. E quando gli ho chiesto se era in pericolo di vita mi hanno detto che non escludevano niente, ma che la situazione era stazionaria. E noi ci siamo tranquillizzati». Quando gli altri sanitari escono dalla casa dell’anziano, circa una ventina di minuti dopo, l’ambulanza parte alla volta dell’ospedale di San Bonifacio. Il fratello di Ruffo invece riaccompagna i due sanitari all’elicottero. L’ambulanza con Albert arriva in quindici minuti circa al Fracastoro. L’EPILOGO. «Lo zio di Albert ed io siamo rimasti prima in pronto soccorso, poi ci hanno chiesto se eravamo parenti e ci hanno mandato in terapia intensiva». Prosegue il racconto: «Abbiamo suonato, dopo un poco è arrivata una dottoressa sconvolta e tutta sudata che ci ha detto che Albert era in arresto cardiaco, che lo stavano rianimando da venti minuti, ma che non ce l’avrebbe fatta». In ospedale sono esplosi la rabbia e il dolore del parente che non si aspettava la morte improvvisa di Albert. I colleghi di lavoro e i familiari non si danno pace perchè credono che se Albert fosse stato subito portato in ospedale con l’elicottero avrebbe potuto salvarsi. «Se hanno allertato l’elicottero significa che hanno capito che bisognava fare in fretta, allora per quale ragione non hanno caricato Albert sull’elicottero? Per quale ragione lo hanno portato in ambulanza all’altro servizio? Forse se fossero andati subito in ospedale adesso sarebbe ancora vivo», dicono. Ruffo è stato sentito dai carabinieri di Colognola ai Colli, adesso i militari spediranno il verbale alla procura. I familiari di Albert sono musulmani e non hanno ancora chiesto l’autopsia, perchè la loro religione impedirebbe di «violare» un corpo con l’esame necroscopico, ma nelle prossime ore potrebbero decidere di chiederla. IL LUTTO. La famiglia Ruffo ha tenuto chiuso per lutto il cantiere sia venerdì che sabato: «Ad oggi non c’è alcun provvedimento sul cantiere», conclude Ruffo, «lo abbiamo chiuso per rispetto di Albert, dei suoi familiari, degli altri lavoratori e del committente. Anche se Albert era da noi da soli cinque giorni, gli volevamo bene». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Alessandra Vaccari
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