Al Fracastoro di San Bonifacio

Rifiutato il tampone alla ragazza down. L'addetto alla documentazione: «Che cos’è questa roba?»

Il punto tamponi del Fracastoro
Il punto tamponi del Fracastoro
Il punto tamponi del Fracastoro
Il punto tamponi del Fracastoro

Appuntamento per il tampone preso con dieci giorni di anticipo, dichiarazione di partecipazione alla terapia residenziale in mano, come previsto dall’Ordinanza di dicembre del Governatore del Veneto Luca Zaia ma al Covid point dell’ospedale Fracastoro di San Bonifacio le rifiutano il tampone: è successo giovedì pomeriggio a Francesca Zeba, diciannovenne affetta anche da sindrome di down, di Bonaldo di Zimella.

Francesca da tempo con l’Associazione genitori bambini down è inserita in un percorso riabilitativo di residenzialità: in sostanza, per un fine settimana al mese sperimenta un percorso terapeutico attraverso l’esperienza di vita fuori dalla famiglia e nella realtà di un appartamento protetto condiviso con altri ragazzi disabili così da far crescere la propria autonomia. In piena pandemia tutto ciò è possibile a fronte di un tampone negativo da effettuarsi entro le 48 ore precedenti, gratuito per gli utenti di strutture dell’area disabilità.

Francesca, che ha all’attivo le due dosi di vaccino e anche la dose booster, ha sempre provveduto al Fracastoro e senza grossi problemi, almeno fino a giovedì pomeriggio: «Avevo prenotato l’appuntamento il 3 gennaio, come previsto, e come previsto avevo con me la dichiarazione con cui Agbd attesta che Francesca è utente dell’associazione e che necessita di tampone per accedere alla residenzialità», racconta Loreta Benin, mamma di Francesca. «Una volta all’accettazione, l’operatore del punto tamponi del Fracastoro si è stranito davanti alla richiesta: ha chiesto agli altri due operatori presenti se qualcuno sapesse che cosa fosse, testualmente, «sta roba». Mi ha chiesto la prenotazione, che già gli avevo detto di possedere, e alla fine mi ha liquidato dicendo di non sapere di cosa si trattasse».

«Inaccettabile», dice Benin, «sia per la sostanza che per la forma». A quel punto Francesca rischiava di perdere la terapia e ci sono voluti davvero i salti mortali della famiglia per effettuare il tampone richiesto: «Non riesco a mandar giù né la maleducazione né l’incompetenza tanto più che mi sono confrontata con Agbd e nessuno degli altri ragazzi, che hanno fatto identica procedura negli altri punti tampone dell’Ulss 9, ha avuto problemi. Capisco sia un momento molto difficile, ma quello che è successo è indifendibile», dice mamma Loreta. Lei non ha alcun dubbio, l’accaduto diventerà un reclamo formale all’Ulss 9 Scaligera che ieri, su questa segnalazione, abbiamo interpellato senza tuttavia ricevere risposta alcuna. Ora si attende che la replica e la spiegazione dei vertici della sanità scaligera arrivino quanto prima, proprio per evitare altri sgradevoli episodi nei confronti delle persone disabili.

Paola Dalli Cani