Quando Barbarani da inviato
cantava la palude della Zerpa

Una foto d’epoca dei lavori di  bonifica della Zerpa
Una foto d’epoca dei lavori di bonifica della Zerpa
Una foto d’epoca dei lavori di  bonifica della Zerpa
Una foto d’epoca dei lavori di bonifica della Zerpa

Poco più di un secolo fa, il 4 gennaio del 1915, il giornalista Berto Barbarani, inviato de Il Gazzettino, raccontò il suo viaggio alla valle della Zerpa e di quel sopralluogo (effettuato l’autunno precedente all’articolo), con tanto di attraversamento in canoa della palude, Barbarani scrive con il titolo «La Bonifica Zerpana».

Il racconto della visita è uno spaccato della realtà che si viveva un secolo fa ai bordi della palude, che oggi non esiste più. Di lì a poco, infatti, la Zerpa sarebbe cambiata per sempre. «Sul finire della stagione scorsa si è fatto tanto parlare della testè arrivata Bonifica Zerpana e poiché quasi tutti i deputati del Veronese hanno dichiarato subito la loro parte di merito, non riuscirà sgradito qualche cenno sulla Zerpa e su quei lavori che daranno pane per qualche anno a moltissimi lavoratori», scriveva il cantore di Verona. «Da Ronco avevamo appena varcato l’Adige col passo volante e ci trovavamo sui limiti estremi del Bacino Zerpano. Era ancor viva l’impressione dell’acqua che si frange e borbotta contro le chiglie dei barconi incatramati del porto e subito saltato l’argine ci appariva la vera palude con tutti i suoi bagliori sinistri di metallo in fusione, le sue insidie celate nel silenzio pomeridiano», descrive.

Il maestro Vincenzo, suo accompagnatore nella perlustrazione, gli mostrò un cason. «Dei casoni ne esistono ancora pochi nella Zerpa e tendono a sparire tutti come i mulini sull’Adige», attesta Barbarani, «son tipi di costruzioni primitive impastati di fanghiglia e di canne, col tetto a pagoda, come certi musetti di pelle grinzosa di vecchierelle che prendono in giro il tempo e la furia degli elementi».

Il maestro gli mostrò pure le anitre selvatiche ammaestrate. «Ghe lò qua nel puinar le anare da sguasso, interruppe una donna che si era fatta sulla porta», racconta Barbarani. Si trattava di anatre che venivano noleggiate dai cacciatori come richiamo. «Ecco un pollaio mercenario e traditore?», commenta il poeta e giornalista.

«El cason, dentro e fuori, era ornato di arnesi da pesca per lucci, tinche, anguille, tutto pesce locale. L’è trent’ani che semo qua drento, protestava la donna in cucina e ne pianse el cor d’andar via! E sì che se ne ghe vede fora dai muri!», commentava l’ abitante della Zerpa.

Infatti le famiglie che abitavano «el cason» alla sera erano obbligate a rincasare a Ronco, tali erano le condizioni di questi edifici.

«Il Bacino Zerpano, tra l’Adige e l’Alpone, aspetta la sua completa bonifica, come pure i profughi, i disoccupati, gli operai, i possidenti, i buoi o le macchine agricole che faranno per essi, aspettano di redimere quelle tanto auspicate migliaia di campi per trarne lavoro e vantaggio», sostiene Berto. «Il progetto di bonifica di codeste valli porta alto e battagliero il nome di Guglielmo Lebrecht e fu approvato dal Governo fino dal 1900, per una spesa allora preventivata di circa tre milioni e mezzo e portata a quattro nel rimaneggiamento», documenta Barbarani. «I vegna ai morari risponde l’uomo e rema verso di noi con prudenza. Discendiamo l’argine e ci troviamo al gelso sotto il quale si apre una specie di piccolo porto con tre barche», prosegue nel racconto il poeta, «Sleghiamo la più grande, la vuotiamo dall’acqua con una sessola di legno e ne tappezziamo il fondo con erbe palustri secche. Uno a poppa, uno a prua, il barcaiolo in mezzo si dà un colpo di addio al morar e via a spasso per la palude».

«Così remando, sempre più invogliati di dar la caccia a qualcuna di quelle bianche ninfee passiamo cheti e furtivi traverso i passaggi ben noti ai pescatori».

«La Zerpa appare deserta di quanto può somigliare alla vita. Non un urlo, né un gracidio». Barbarani si informa dalla sua guida su come si chiamino i rigagnoli e le calli che stanno percorrendo e il maestro gli risponde. «Vari nomi. Gh’è el Dosseto basso, el cor dei s-ciopi, l’Orba, la busa del carosolo, la fossa dei pescaori, la fossa de la volta, la fossa de le tere, le caresse, el cor del casoto, le Mede lune e la Piassola».

«Arriviamo ad un dei famosi cori quelli del casoto dove in tempo di caccia si rinserrano per tutta una notte di luna i cacciatori e fuori legate per un filo ai “picheti”, guazzano le anatre selvatiche da richiamo. Sono anitre di picchetto!», ci mette l’ironia. «Sbarco con una certa titubanza dentro una di quelle isolette e non posso fare a meno di affondare una gamba nella torba, per tastare terreno».

«Questo inaspettato approdo ad un “dulo” che pareva un pugno d’isolotto ribelle a qualunque civiltà ed invece possedeva un cor degno della più attraente indagine, mi solleticava. Il cor è una abitazione da nani, ben provvista di paglia, coi ripostigli più pratici. Vi si entra carponi al buio, ma la luce si fa subito alzando una imposta di legno lunga come tutta la cameretta che ti trasforma il casotto in una veranda col suo bravo laghetto davanti dove guazzano le anitre attaccate ai pichetti. Il tutto nascosto tra le canne». Barbarani conclude l’articolo evocando un temporale: «Frrrr… facevano le paviere e le caresse ondeggiando sui duli… Frrrr… facevano le rondinelle pellegrine che discendono a migliaia verso sera a prender sonno sulle cime del canneto… Frrrr… faranno più tardi nel cuore della notte le barchette coi cacciatori di frodo, muniti di grandi farfalliere bianche, che van calando a piano a piano ed incannucciano a morte grappoli intieri di rondinelle pellegrine dormienti, per sottrarle ai pericoli di una notte e serbarle agli onori dello spiedo».

Zeno Martini