La relazione finale dell'Onu

Pfas, esposte oltre 800.000 persone. Una mamma: «Abbiamo avvelenato i nostri figli con il latte materno»

ll commissario dell'Onu Marcos Orellana ha depositato la sua relazione finale
Marcos Orellana, commissario Onu, osserva lo scarico nel Fratta-Gorzone del Tubo Arica a Sule. La foto risale a dicembre
Marcos Orellana, commissario Onu, osserva lo scarico nel Fratta-Gorzone del Tubo Arica a Sule. La foto risale a dicembre
Marcos Orellana, commissario Onu, osserva lo scarico nel Fratta-Gorzone del Tubo Arica a Sule. La foto risale a dicembre
Marcos Orellana, commissario Onu, osserva lo scarico nel Fratta-Gorzone del Tubo Arica a Sule. La foto risale a dicembre

«Gli studi stimano che sono più di 800.000 le persone esposte alla presenza dei Pfas nell'acqua potabile». A dirlo, aggiungendo che «l'Italia ha fallito nel proteggere la popolazione da queste sostanze tossiche», è il commissario dell'Onu Marcos Orellana che in dicembre aveva visitato alcune delle aree più inquinate d'Italia.

 

Le sostanze chimiche eterne

Orellana ha depositato una relazione finale nella quale ampio spazio è riservato alla contaminazione di acqua, ambiente e cittadini in atto nell'area posta a cavallo fra le province di Verona, Vicenza e Padova. Il relatore speciale si è detto «seriamente preoccupato dell'ordine di grandezza dell'inquinamento da Pfas, composti noti anche come "forever chemicals" (sostanze chimiche eterne, ndr) perché sono persistenti e non si degradano nell'ambiente». 
«Riuscite a immaginare che cosa può significare per una madre rendersi conto di avere avvelenato il proprio figlio attraverso il latte materno?»: questa frase, che ha sentito da una delle mamme della zona rossa che ha incontrato, è quella che secondo Orellana meglio identifica la portata umana di una situazione che vede «i residenti delle aree contaminate affetti da gravi patologie, fra le quali infertilità, aborti spontanei e diverse forme di tumore».

 

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Il biomonitoraggio e il processo

Nella sua relazione, che ora sarà oggetto di approfondimenti in sede Onu, il commissario da una parte sostiene che ci sono indicazioni del fatto che chi guidava la Miteni di Trissino, l'azienda i cui responsabili sono attualmente sotto processo, fosse cosciente dell'inquinamento, ma non abbia agito per proteggere nemmeno i suoi lavoratori, e dall'altra, pur dando atto delle azioni attuate in Veneto, come filtri e nuovi acquedotti, afferma che le autorità hanno fallito nell'avvisare la popolazione dei rischi che si stavano correndo.

E non solo, biomonitoraggio e screening sarebbero partiti in ritardo e in forma parziale e la Regione non ha voluto rendere pubbliche le informazioni sulle analisi relative alla presenza dei Pfas negli alimenti prodotti nella zona inquinata. 
A queste affermazioni da Venezia non sono arrivati commenti. Va però detto che in questi giorni la Regione, rispondendo ad alcune polemiche relative alla situazioni delle aree poste attorno a quelle considerate come più inquinate, ha rimarcato di aver «sempre adottato un approccio di massima tutela della salute pubblica delle persone esposte alla contaminazione e ha garantito trasparenza su tutte le azioni avviate». 

Dal punto di vista giudiziario va intanto dato conto del fatto che nel processo in corso in tribunale a Vicenza si sta concludendo l'escussione del maresciallo dei Noe Manuel Tagliaferri, che ha condotto le indagini, il quale ha ribadito più volte che la proprietà di Miteni era a conoscenza dei pericoli legati all'attività della fabbrica senza darne comunicazione alle autorità. È intanto stata accolta da proteste la notizia che è stata archiviata l'inchiesta relativa alla mancata tutela della salute dei dipendenti dell'azienda chimica. 

Luca Fiorin