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22.01.2020

«Noi, contaminati da Pfas. È l’ora dei danni»

Una protesta organizzata davanti all’azienda Miteni qualche tempo fa
Una protesta organizzata davanti all’azienda Miteni qualche tempo fa

Sono storie fatte di paura e rabbia. Le raccontano coloro che hanno deciso di costituirsi parte civile nel procedimento in corso per l’inquinamento da Pfas. Storie che hanno come denominatore comune la scoperta che nel sangue di singole persone, e spesso di intere famiglie, è stata trovata una sostanza che non dovrebbe esserci. Una situazione che, per ammissione di coloro che sono ai vertici della sanità regionale, costituisce un disastro anche se, a dire il vero, solo una parte limitata delle decine di migliaia di contaminati ha avuto il coraggio di firmare agli avvocati i mandati per presentare le istanze che sono state accolte lunedì dal giudice per l’udienza preliminare di Vicenza Roberto Venditti. Istanze a cui, molto probabilmente, se ne aggiungeranno altre nel corso del processo. Delle 226 domande di costituzione che sono state ammesse, 57 sono riconducibili a istituzioni e associazioni e 169 a persone che si sentono vittime della contaminazione, una parte delle quali agiscono per conto dei propri familiari. Si tratta di residenti nella cosiddetta zona rossa. L’area posta a cavallo fra le province di Verona, Vicenza e Padova in cui è più forte l’esposizione alla contaminazione. Il gruppo più grosso, si tratta di ben 95 persone, è formato da coloro che il mandato agli avvocati lo hanno firmato perché sono parte, o comunque sostenitori, delle Mamme no Pfas. Sono 41, poi, gli ex dipendenti dell’azienda chimica Miteni di Trissino. La fabbrica fallita nel novembre del 2018 che, secondo l’inchiesta condotta dalla Procura di Vicenza, è stata la fonte principale dell’inquinamento. Gli altri 33, infine, hanno chiesto di essere ammessi al processo perché legati ad altri gruppi e associazioni o agendo in forma individuale. La legnaghese Michela Zamboni, che è una delle animatrici delle Mamme no Pfas nel Basso veronese, spiega di aver firmato il mandato al legale soprattutto per difendere un principio. «Io e le mie figlie abbiamo valori di Pfas nel sangue che sono superiori a quelli che mediamente si registrano nelle aree non contaminate, ma fortunatamente non abbiamo patologie particolari», racconta. «Non è però per la presenza o meno di malattie che bisogna, a mio avviso, decidere di impegnarsi, anche in tribunale, per difendere l’ambiente e il benessere di chi vi vive», spiega. «Queste sostanze non dovrebbero contaminare la natura e le persone, per questo io, come molte altre persone, sto lavorando per far emergere in tutti i modi possibili questo problema; non mi interessano risarcimenti, non ho quantificato per ora il danno, ma mi interessa che questa emergenza venga affrontata nel modo corretto e che si faccia in modo che in futuro non si ripetano situazioni simili», conclude Zamboni. Di problemi di salute parla invece un’altra di coloro che sono state ammesse al processo, Michela Piccoli, la quale non è solo una delle prime madri che sono saltate in piedi quando ha scoperto che i propri figli avevano sostanze perfluoro-alchiliche in misura rilevante nel sangue, ma ha anche una storia particolare da raccontare. «Mi sono trasferita vent’anni fa in zona rossa da Badia Calavena, che è lontana dalla zona contaminata, e se prima, come del resto è ancora adesso per i miei familiari, non ho mai avuto valori anomali di colesterolo, adesso, dopo aver bevuto per anni acqua contaminata, mi ritrovo con valori alti», dice. «Nella famiglia di mio marito, che è sempre vissuta nella zona di Lonigo, hanno livelli di colesterolo altissimi e varie patologie, anche molto gravi, conseguenti», continua. Proprio le alterazioni del colesterolo sono, secondo la procura berica, correlabili all’esposizione ai Pfas. «Forse i danni più seri sono però quelli psicologici e morali, perché noi dobbiamo convivere con il pensiero che i nostri figli abbiano una bomba innescata nell’organismo, visto che i Pfas si accumulano nei tessuti», conclude la mamma. Nella lunga lista di coloro che si sono costituiti parte civile in quanto ex lavoratori Miteni, c’è Stefano De Tomasi, 52 anni. Dieci anni fa è stato licenziato dall’azienda di Trissino e da allora vive con una piccola pensione a causa del suo precario stato di salute. De Tomasi ha avuto problemi cardiaci, culminati con un infarto, a causa del colesterolo, e soffre di diabete, ipertensione e leucocitosi, oltre che di depressione. È stato il primo a denunciare l’adozione di pratiche scorrette nello smaltimento dei rifiuti in Miteni, parlando di sversamenti di liquidi in un fiume che corre accanto all’azienda, di fanghi non trattati e di materiale da lavoro gettato nell’immondizia ordinaria, come frazione secca. «Era giusto che mi costituissi», dice, «anche se per quanto riguarda l’entità dei danni sarà l’avvocato a fare i conti al momento debito». •

Luca Fiorin
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