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27.09.2019

Trekking estremo sui monti, la sfida del «Survival slow trail»

Ventiquattr’ore che sono diventate 28 e 33 chilometri di percorso di pura sopravvivenza tra monti, corsi d’acqua, valli non toccando che pochi centimetri di asfalto: in 12, e tra loro due donne, lo scorso fine settimana hanno scelto di vivere in alta Val d’Alpone il primo «Survival slow trail». Un’esperienza, quella proposta da Paleoathletica, da far piegare le gambe soprattutto quando, dopo quasi 10 ore di trekking estremo, i 16 chili dello zaino messo in spalla prima dell’alba li senti come se avessi in groppa una persona. «Chi ce l’ha fatto fare? La passione per la natura evitando tutto ciò che è stato modificato dall’uomo, la voglia di mettersi in gioco, di testare la propria resistenza e i propri limiti»: lo spiega Davide Trevisan, quello che la Paleoathletica se l’è inventata poco più di due anni fa. Assieme a Stefano Salvaro, Simone Leorato e Roberto Burato (che a distanza seguiva l’impresa pronto a intervenire in caso di necessità), Trevisan ha messo a punto un programma di 24 ore che ha coinvolto una dozzina di sportivi reclutati tra Val d’Alpone e Verona: appuntamento alle 5.15 in piazza a Montecchia e poi via. «Primo obiettivo località Motto dove abbiamo raggiunto Simone, la guida che ci ha accompagnati per 10 chilometri tra boschi e valli sul Monte Calvarina. Al freddo, con addosso un’umidità e una stanchezza incredibili, dopo due ore abbiamo raggiunto la cima del monte e lì ammetto di aver cominciato a dubitare della bontà dell’idea», dice Trevisan. Sosta di 20 minuti, «il massimo per non rendersi conto che è la mente che sorregge il corpo», e via verso San Giovanni Ilarione, località Rocolo, contrada Lovati, località Vignaga, «13 chilometri da paura sbagliando più volte strada». Ancora in marcia per località Tessari, poi Beltrami e Governi «con ristoro inatteso grazie a una famiglia che travasava vino e ci ha tirato su», quindi scalata sul Monte Magro. Solo cedendo lo zaino ai compagni le due paleoatlete sono riuscite a proseguire, a raggiungere le antenne e dopo 100 metri ripidissimi le mura della Bastia. «Nella testa il desiderio di approntare il bivacco: abbiamo fatto legna, acceso il fuoco con un acciarino, cenato e giocato a nascondino, al buio, nel bosco per tenerci svegli», racconta ancora Trevisan. Poi il sonno sotto le stelle, per gustarsi un’alba indimenticabile e poi scegliere il percorso più corto di 6 chilometri, e più veloce, per rientrare. Bilancio: 33 chilometri impossibili, 28 ore di massacro, tre infortunati ed emozioni di cui si è perso il conto. Prossimi appuntamenti? L’Endurance ride in mountain bike il 21 dicembre e il 1° febbraio l’endurance ride «La corsa selvaggia». •

P.D.C.
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