San Bonifacio

«Questa è la guerra che è toccata a noi»: gli operatori sanitari come i marines a Iwo Jima

Lo scatto d'epoca e quello del 2020 a confronto
Lo scatto d'epoca e quello del 2020 a confronto

Una tuta bianca per divisa, un cappuccio al posto dell’elmetto, la stessa tenacia nelle braccia e nel cuore: è attorno ad una bandiera che ieri ed oggi una foto racconta lo sforzo, la dedizione e la fedeltà ad un giuramento di uomini impegnati nella loro guerra.

 

Il famoso scatto di Joe Rosenthal dei marines che conquistarono il monte Suribachi sull’isola di Iwo Jima
Il famoso scatto di Joe Rosenthal dei marines che conquistarono il monte Suribachi sull’isola di Iwo Jima

 

Settantacinque anni dopo il celebre scatto con cui Joe Rosenthal immortalò il gesto della conquista del monte Suribachi, sull’isola di Iwo Jima in Giappone, di sei marine, un giovane infermiere di San Bonifacio racconta nello stesso modo un’altra guerra, quella al Covid. È vulcanico il suolo del monte Suribachi come lo è quello delle colline del Soave dove Davide Bacci, 24 anni, ha riunito sei suoi colleghi per acclarare la sua «visione» della guerra che si consuma oggi nelle case di riposo e negli ospedali.

Sono esperienze che lui stesso ha vissuto in prima persona, ammalandosi quando nella notte tra il 24 ed il 25 aprile scorso, con i colleghi, cercò di rianimare un anziano ospite di una casa di riposo dove lavorava. Oggi Bacci è uno degli infermieri dell’ospedale Fracastoro di San Bonifacio, la prima linea la conosce bene ed è stato incrociando le sue passioni, la fotografia e la storia, che ha immaginato di sintetizzare un racconto epocale in un unico scatto.

 

La replica della foto a 75 anni di distanza: lo scatto è dell’infermiere dell’ospedale Fracastoro Davide Bazzi, il set sono le colline di Soave
La replica della foto a 75 anni di distanza: lo scatto è dell’infermiere dell’ospedale Fracastoro Davide Bazzi, il set sono le colline di Soave

 

«Questa è la guerra che è toccata a noi», dice Bacci, «ed è unendoci attorno allo stesso obiettivo che costruiremo la vittoria. È questo il messaggio che voglio lanciare». Si sentono soli, gli operatori sanitari, perché avvertono che è cambiata la percezione che chi sta fuori dalle strutture sanitarie ha di loro: come se ci fossero due mondi, quello «dentro» in cui la guerra scoppiata a fine dello scorso inverno non si è fermata mai, e quello «fuori» che sembra scordarsela.

«Sono convinto che ogni epoca e ogni generazione abbia le sue battaglie e credo serva più attenzione nel riconoscere chi sta lottando, spesso a rischio della sua stessa vita, per poter difendere chi non riesce a farlo da solo, a maggior ragione se il nemico è invisibile», spiega. Acquistate sul web le tute e i guanti, ha riunito i colleghi e dopo un’ora ha catturato il senso di quel momento, fatto di uomini e donne senza volto, che rappresentano tutti quelli nascosti da mascherine, occhiali, cuffie e cappucci. Quelle stesse persone che, probabilmente, non tornerebbero mai indietro: «Le tre settimane più brutte della mia vita sono state quelle col Covid, ma perché mi sono sentito inutile. Non vedo alternative a questo mestiere, combattere al fianco dei pazienti è relazione autentica». È essere umani. •

Paola Dalli Cani