Reportage da Kiev

Il viaggio dei volontari di Sfera Onlus nella città distrutta: «È qualcosa che ti rompe dentro»

Una delle foto scattate dai volontari a Kiev
Una delle foto scattate dai volontari a Kiev
Quinta missione di Sfera a Kiev

Kiev: la città spettrale, il tentativo di ricostruire una pseudo normalità davanti alla pensilina del bus (unica infrastruttura ancora in piedi), manichini con divise russe impiccati come fantocci agli alberi. Sono i tre fermo immagine che nella mente dei soccorritori sambonifacesi della Pubblica assistenza Sfera Onlus raccontano le loro quarantotto ore nella capitale ucraina. Ci sono entrati mercoledì come componenti del convoglio umanitario organizzato dalla Croce rossa rumena e dalla Croce rossa ucraina con l’obiettivo di far arrivare fino alle zone più periferiche parte degli aiuti arrivati sul confine ma rimasti lì per l’impossibilità di trasportarli nell’interno: questioni di sicurezza ma anche, molto più concretamente, mancanza di furgoni e camion come di gasolio per farli funzionare.

Michele Dal Magro, Fabio Spiller, Luca Ciresola, Eduard Sarbu, Denis Cometto e Michele Falzi (autisti-soccorritori) sono stati ingaggiati dopo le quattro missioni partite da San Bonifacio, la prima delle quali il 3 marzo. «Davanti allo scenario della periferia distrutta di Kiev abbiamo faticato a trattenere le lacrime: è qualcosa che ti rompe dentro», racconta Michele Dal Magro, capospedizione e presidente di Sfera, «e ti viene sulla bocca solo una parola, perché?». La capitale ma anche Bucha, la cittadina degli orrori diventata famosa dopo la scoperta delle fosse comuni: sono state queste le due destinazioni degli aiuti che sono stati portati alla popolazione. «Sfollati senza nulla, bisogno primario acqua:, soprattutto a Bucha. L’abbiamo scaricata quasi tutta lì, rifornendo però strada facendo i militari ai check point che di acqua non ne avevano nemmeno una goccia».

Nella giornata di consegna a Kiev i ragazzi sono stati ricevuti da Pier Francesco Zazo, ambasciatore italiano nella capitale ucraina: «Ha voluto gli raccontassimo quello che abbiamo fatto da inizio guerra ad oggi, gli abbiamo donato il nostro crest». Dopo Bucha il rientro a Kiev ed uno choc capace di mandarli tutti a dormire senza la forza per cenare. non è rimasto praticamente nulla in piedi. Uno choc, nemmeno la forza per cenare. «In una situazione tanto sconvolgente, quello che ci ha colpito di più è l’altissimo livello di sicurezza che il popolo ucraino ha costruito ma, soprattutto, la sua voglia di ripartire. Fa effetto vedere persone in attesa alla fermata del bus in centri dove l’unica cosa rimasta in piedi è proprio la pensilina crivellata di colpi», aggiunge Dal Magro. Tragitti studiati a tavolino, disegnati tenendosi alla larga dalle ampie aree di boscaglia e dalle strade secondarie per la sicura presenza di mine.

«Sono passati solo due giorni dagli ultimi due soldati saltati in aria mentre cercavano mine per disinnescarle», aggiunge. Tutto intorno, come racconta, «bandiere ucraine e slogan di resistenza, ciò che resta di carri armati esplosi, manichini vestiti con le divise di soldati russi e attaccati per il collo ai rami delle piante, ponti fatti saltare». Dal Magro racconta, e si fa voce di quelle dei compagni di missione: una voce capace anche di incrinarsi perché «siamo stati accolti molto calorosamente, con le persone incapaci di esprimere la gratitudine immensa che sentono per chi sceglie di percorrere migliaia di chilometri e correre rischi non indifferente per andare ad aiutarli. Anche da queste cose trovano la forza di non mollare, e noi quella di impegnarci per loro». Il convoglio di Sfera, composto da due camion, un’ambulanza ed un ufficio mobile, ha lasciato questa mattina l’Ucraina e sta raggiungendo Baia Mare, in Romania, dal confine di Siret: passeranno la notte nella missione della Fundatia Sacro Cuore dove opera suor Rosalba Gallarotti: domani si rimetteranno in viaggio per l’Italia. 

Paola Dalli Cani