Monteforte d'Alpone

La nipote vaccina contro il virus la nonna: «Un'emozione indescrivibile»

Esterina Vallerin, 90 anni, la prima vaccinata alla casa di riposo di Monteforte d’Alpone FOTO PECORA
Esterina Vallerin, 90 anni, la prima vaccinata alla casa di riposo di Monteforte d’Alpone FOTO PECORA

Il maglioncino rosa coi cuoricini, dono per il Natale del 2019, ed i capelli attorcigliati attorno a bigodini rossi e blu: così Esterina Vallerin, ieri mattina, poco dopo le 9.30, per prima ha ricevuto la prima dose di vaccino contro il Covid-19.

È iniziata da lei, che nei mesi scorsi il virus lo ha affrontato sulla propria pelle, la battaglia più importante degli ospiti della casa di riposo di Monteforte d’Alpone contro «il mostro». È così che definisce il Covid 19 Eleonora Zecchin, 33 anni, infermiera della Cooperativa promozione e lavoro, in forze alla Fondazione, per raccontare la battaglia della nonna: ieri le due, nonna e nipote, si sono abbracciate con gli occhi per quell’iniezione con cui «si torna a vivere. Non posso dire che si torni alla normalità, ma oggi c’è una boccata d’ossigeno, dopo la paura, le ansie, le lacrime».

Eleonora non si nasconde: «Quando domenica ho ricevuto la telefonata del presidente Carlo Bergamasco mi sono messa ad urlare. Non sono riuscita a chiudere occhio stanotte», raccontava ieri mattina, «sono più emozionata del giorno della laurea». Difficile rapportarsi con nonna Esterina, 90 anni, a giugno 91: l’Alzheimer rende la sua percezione della realtà frammentaria e distorta, ma nel sorriso con cui la donna ricambia lo sguardo della nipote dopo l’iniezione c’è molto di più di quanto le parole avrebbero potuto dire. Esterina, nata a Pressana, da un paio d’anni vive in casa di riposo a Monteforte: «Che vita ha avuto! È rimasta vedova a 29 anni, con tre figli. Si è rotta la schiena lavorando nei campi per poi finire in Francia, a cavar barbabietole», racconta Eleonora. Poi, poco meno di un anno fa, una tragedia, che l’anziana ha percepito: «Improvvisamente non ha più visto suo figlio, mio padre, e mi ha fatto capire il suo dolore», racconta l’infermiera Eleonora. Al suo fianco, il medico con cui, in coppia, ieri ha dedicato l’intero turno alle vaccinazioni degli ospiti perché il Consiglio di amministrazione della Fondazione ha deciso di partire da loro.

L’infermiera è visibilmente commossa: «È stata durissima», riprende, ricordando, «solo lo sguardo, in questi mesi ha raccontato, tra di noi, le nostre lacrime e le nostre paure. Anche in queste condizioni però siamo stati una famiglia, tra di noi e con gli ospiti», confida, «attraverso strette di mano, pur se con i guanti, e tante, tante parole. Ci hanno chiesto tantissime volte di pregare con loro e lo abbiamo fatto, dedicando tempo a parlare, ad accogliere racconti e a darci da fare per mantenere tutta la normalità che era possibile». Per esempio l’albero di Natale è stato fatto anche dal nucleo Covid e sulle finestre sono stati appesi gli addobbi e le vetrofanie: «Abbiamo anche ascoltato per giorni, insieme, i canti natalizi». Sono dieci gli ospiti che a distanza di più di due mesi ancora non sono riusciti a diventare negativi, dopo aver contratto il coronavirus. «Per andare avanti, devi attaccarti bene alla vita e lo abbiamo fatto tutti. Abbiamo festeggiato Giancarlo, ad esempio, il miracolo della Don Mozzatti, tornato indietro quando sembravano non esserci più speranze per lui», racconta Eleonora, «abbiamo condiviso la sofferenza dello strappo dalle famiglie, il dolore per gli abbracci impossibili». Aveva gli occhi che ridevano, Eleonora, ieri, esattamente come quelli di tutti gli operatori della casa di riposo: un modo per ricacciare indietro il fantasma «di quei giorni in cui facevo la tratta Veronella-Monteforte con l’autoradio ad un volume impossibile, pur di rendere muti tutti i pensieri, prima di vestirmi ed entrare nel nucleo Covid». •

Paola Dalli Cani
# Sposta il focus sul parent