Il reportage

Verona in «lockdown silenzioso»: centro semivuoto, negozi e locali chiusi per ferie o malattia

VERONA TUTTO CHIUSO (FOTO MARCHIORI)

Tutto sembra come al solito. «Passata la festa, gabbato lo santo»: il Natale è stato salvato, la Befana è passata inosservata ed ora, ben prima del Carnevale, comincia una Quaresima anticipata. «Chiuso per ferie», «per malattia» o semplicemente serrande tirate giù, senza spiegazioni. È una stagione tradizionalmente «di mezzo», nessuno lo nega. Ma lo spettro del «lockdown economico» si aggira e lo si avvista nelle strade del centro. Gianni Zenatello, titolare dell’hotel Accademia, emblematico «quattro stelle superior», consegna un’istantanea perfettamente a fuoco: «Siamo come un distributore di carburante aperto su un’autostrada che nessuno percorre». Marco Fazzini, dall’omonima e storica coltelleria in Corso Sant’Anastasia è ancora più netto ed arrabbiato: «Hanno trovato il modo, scovato la chiusura silenziosa, che non implica spese né ristori. Siamo in attività, giusto, ma in quali condizioni...?». Si può chiedere a chiunque ma è una cantilena: lasciata alle spalle la catastrofe del 2020 anche il 2021, a dispetto degli sprazzi estivi e festivi, conta perdite che oscillano tra il 30 ed il 60-70 per cento.


Rotta turistica Spariti i tedeschi. A dire il vero di stranieri c’è ben poco giro. «Disculpa amigo... la casa de Julieta?». Pedro Cano, 26 anni, madrileno è il «lìder» di un gruppetto, un altro ragazzo e tre «muchachas». In anglo-ispanico viene indirizzato sulla retta via. «E da voi come va, con il Covid intendo...?». «Più o meno come qui da voi. Siamo arrivati, salvo sorprese torneremo anche a casa», sorride. «Buena estancia en Verona!». Sono talmente pochi che la cortesia è più di un obbligo.
Le commesse, invece, parlano poco. Nel quadrilatero del lusso è quasi tutto grandi firme e «franchising». Per parlare ad un giornalista servono milioni di autorizzazioni, il titolare non c’è (quasi) mai e comunque deve rispondere ad entità più elevate. Una di loro cede alla pietà e, prima che la porta del piccolo negozio di moda si chiuda, butta lì: «Che vuoi che ti dica, stringiamo i denti, da tempo ormai». Poco distante, in via Pellicciai, un’altra si sbilancia: «Contiamo sulle clienti affezionate».


Cartelli Chiuso «per motivi familiari» il negozio di abbigliamento in via Diaz, la libreria «L’Aquilone» di vicolo Stella «per malattia». Addio anche a Pimkie sull’angolo tra le vie Noris e Mazzini. In ferie fino al 24 gennaio il Caffé Dante nell’omonima piazza. Altri locali sono fermi «per ristrutturazione». Insomma, da qualche parte ci dev’essere un problema. «Abbiamo venti dipendenti, sette sono attualmente a casa», esordisce Haris Mezildic, direttore del «Caffé Rialto». Il Green pass viene controllato ancora prima di ordinare l’espresso al banco. «Tutta questa storia dei tamponi e delle lungaggini per il ritorno in attività è un bel problema, poco ma sicuro». «Lo vuoi sapere? Il mio collega mi ha chiamato alle sette del mattino per dirmi che era positivo, quindi adesso dovremo aspettare, chissà quanto», si inserisce un avventore, divisa da imprenditore edile e scarpe «antinfortunistica». «Il problema è che il 29 abbiamo un lavoro da consegnare. Secondo te cosa dovrei fare?». Avercela una risposta.
L’altro corno del problema, in tanti, lo sussurrano soltanto, dietro promessa di anonimato perché ne va di mezzo il santo Graal della «privacy». «Qualcuno, i più furbi, hanno capito l’antifona: un “contatto“ o un tampone positivo garantiscono, se va bene, una decina di giorni a casa. Non è certo la regola ma c’è anche chi, su questa situazione a dire poco confusa, ci gioca». Come si dice: «fatta la legge, trovato l’inganno».

Motore immobile Il turismo, la linfa vitale per Verona, viene letteralmente dal cielo, nel senso di andirivieni dei voli aerei. «Vuoi i numeri? Nel 2020 il fatturato è crollato del 90 per cento, prevedibile. Ma nello scorso anno si è ridotto appena al 60-70 per cento», mette in chiaro Fausto Baldin, titolare dell’agenzia di viaggi Karlitalia, nonché presidente (e vice a livello regionale) di Fiavet, l’associazione di categoria. «Tanto per completare il quadro: ho dipendenti in cassa integrazione. La misura è scaduta a dicembre ed ora vedremo se il Governo la prorogherà. Altrimenti non c’è alternativa ai licenziamenti». Verona conta 55 operatori associati ma, stando ai dati pre-pandemia, ben 240 licenze. «Vedremo, a numeri consolidati, quante avranno resistito». «Perché il nostro lavoro non si basa sull’ “apri e chiudi“ ma su una programmazione che gioca d’anticipo, almeno di sei mesi: persone in entrata ed in uscita. Al momento, su scala nazionale, mi risulta una percentuale di chiusure nel nostro settore intorno al 20-30 per cento. E la si può tenere valida anche per Verona». Con un’aggravante: «Senza garanzie statali le banche non concedono, ormai, più prestiti a chi sia in difficoltà».


Camere vuote «Ieri (l’altro, ndr) avevamo tre stanze occupate», spiega Giulio Cavara, titolare del Giulietta e Romeo, «tre stelle» a un tiro di sasso dall’Arena e con 12 dipendenti. «Che non sia alta stagione è chiaro. Ma se raffrontiamo i dati pre-Covid agli attuali, nello stesso periodo, lo scarto è enorme: ora, se va bene, siamo al dieci per cento, in tempi non lontani si era almeno al 40-50». «Se non ci saranno cassa integrazione, moratoria sui mutui e credito di imposta sugli affitti avremo una vera “ecatombe commerciale“», prevede. «Per ora si resiste, anche lavorando in prima persona per tagliare le spese. Ma i costi fissi ci sono, e non si sfugge».
«Grazie agli sforzi di Fondazione Arena, altrettanto alla Fiera per il Motor Bike», ribadisce Gianni Zenatello, dall’«Accademia». «Ma chiariamo bene le diversità: una città d’arte è differente da un luogo di villeggiatura, anche sotto il profilo alberghiero. Il paragone è brutto, una sorta di “triage“ ospedaliero: noi, al momento, siamo quelli in “codice rosso“. I ristori andrebbero erogati a chi realmente ne ha bisogno. E non è solo una questione d’impresa: dietro a noi ci sono le famiglie dei dipendenti, una responsabilità, anche morale, non di poco conto». Il caro- bollette? «Lo subiamo, che dire...». Il 2021, al raffronto con il 2019 («Già, gli anni normali...») chiuderà con un meno 60-65 per cento. «Più alto il livello, maggiore l’impatto», ammette Zenatello.
Il saggio Hu Jin, titolare di «Pizza & Café» offre la propria lettura. «Sopravvive, in questa fase, chi abbia avuto una visione di lungo periodo. Vi chiedete spesso perché noi cinesi lavoriamo sempre: il motivo è questo, cerchiamo di avere un programma al futuro. Chi guadagna mille non ne spende altrettanti, al massimo una parte per investire». Analisi spietata ma è difficile dare torto alla saggezza orientale. «E tieni conto della gente... ormai è piegata».


La rabbia Piazza Erbe è quasi deserta, ormai la luce va giù. Un bel po’ di bar chiusi, la «movida» da aperitivo è da giornata al di sotto dello standard. «Mi stupisco come tanti non abbiano “dato di matto“. Se dovessi pagare un affitto sarei nei guai...», ribadisce un arrabbiato Marco Fazzini. «Niente fiera in Germania: rinviata. Ora vedremo cosa ancora “salterà“ qui nella nostra Verona. Vuoi che te lo dica? Fanno passare ogni voglia di impegnarsi». Chi siano «loro» è un facile indovinello. Serve un segno di speranza? Al «Montura Store» cercano una «collaboratrice full-time con esperienza nel retail sportivo». Segnale minimo ma nel «lockdown che non c’è» tutto fa brodo.

 

Paolo Mozzo