L'intervista

Il vescovo Domenico: «Unire e non dividere, la città del bene comune»

L'intervista del direttore de L'Arena Massimo Mamoli al successore di monsignor Zenti
Il direttore de L'Arena Massimo Mamoli intervista il vescovo di Verona Domenico Pompili
Il direttore de L'Arena Massimo Mamoli intervista il vescovo di Verona Domenico Pompili
L'intervista di Massimo Mamoli a monsignor Pompili

Di Verona ha già iniziato a conoscere la bellezza, «che non è solo dei suoi monumenti ma è anche spirituale, nella passione per il canto ad esempio». Sa bene che la città ha due anime ma, dice, «gli ideali di libertà della destra e di giustizia della sinistra possono incontrarsi in una terza categoria, la fratellanza». Gli opposti, del resto, come diceva il teologo veronese Guardini, possono essere tenuti assieme. Ed anzi, è su questa convergenza che baserà il suo rapporto con le istituzioni, la politica, la gente. Nel giorno del suo insediamento in diocesi, il vescovo Domenico Pompili racconta a L’Arena di questo nuovo inizio dopo la nomina papale che da Rieti l’ha portato «inaspettatamente così a Nord del Paese».

 

Anteprima dell'intervista al vescovo Pompili

La videointervista integrale a monsignor Pompili va in onda sabato 1 ottobre alle 20.30 su TeleArena 

 


Eccellenza, perché ha deciso di iniziare il suo mandato dopo il voto delle le elezioni politiche?
Credo che una competizione elettorale esiga una particolare attenzione e concentrazione, per favorire la partecipazione di tutti. Così deve essere anche il punto di partenza del ministero di un vescovo. La scelta è stata fatta perché avessimo il tempo di condividere questo stesso inizio il più possibile insieme.

Le elezioni politiche hanno decretato la vittoria del centrodestra e all’interno di questa maggioranza Giorgia Meloni è il premier designato. Cosa pensa dell’esito del voto e cosa sono per lei la destra e la sinistra?
Il voto va sempre accolto come una buona notizia. Destra e sinistra si rifanno a due categorie che identificano due sensibilità diverse. La sinistra fa riferimento a questa grande aspirazione che è la giustizia, la destra si identifica con la categoria della libertà. La coesione sociale diventa possibile laddove questi due elementi riescono a integrarsi. Diversamente si alimenta qualcosa di pernicioso. Il fronte che può fare da sintesi è una terza categoria che si chiama fratellanza. Con essa può svilupparsi un pensiero moderato che eviti le polarizzazioni. Altrimenti si va nella direzione di una società conflittuale che non fa bene a nessuno.
 

Lei ha citato un termine che la società moderna ha rimosso troppo in fretta: fratellanza. Caro alla dottrina sociale della Chiesa ma centrale anche all’epoca dei lumi e della rivoluzione francese nel motto «liberté, égalité, fraternité». Perché la Chiesa quando parla di morale è accusata di essere di destra e quando invece interviene sul piano sociale di essere di sinistra?
Perché si cerca di tirare per la giacca la Chiesa enfatizzando l’uno o l’altro aspetto. E ciò finisce per ripercuotersi nell’identità stessa dei credenti, che sembrano doversi contrapporre in nome dell’una o dell’altra posizione. Ma un pensiero cattolico è per definizione ecumenico. Tiene insieme diritti individuali e sociali. Lo sforzo che la Chiesa fa è quello di parlare tenendo insieme i due poli.
 

Francesco tornando dal Kazakistan ha auspicato che vi siano «grandi politici che abbiano la capacità di fare politica». Quali sono le caratteristiche di un buon politico e come si rapporterà lei con le istituzioni?
Cercherò un contatto esplicito con le istituzioni e con le autorità perché, pur nel rispetto dei ruoli, ci deve essere la consapevolezza che si lavora per lo stesso obiettivo che è il bene comune. La politica è una forma vivente di carità, come ha detto il Papa tornando dal Kazakistan. Occorre restituire alla politica il suo primato. Oggi assistiamo a una sorta di strumentalizzazione del suo esercizio per altri scopi. La politica si trova costretta in processi di finanziarizzazione che non le competono. Chi ne rappresenta le istanze deve farlo avendo a cuore il raggiungimento di obiettivi che mirano al collettivo e non a interessi di qualcuno.
 

Il Papa ha firmato la sua nomina nel giorno della morte di monsignor Flavio Carraro, vescovo di Verona scomparso il 17 giugno 2022. Che significato ha per lei questa scelta?
Anzitutto è stata per me una sorpresa. Non immaginavo che avrei avuto un’altra destinazione e che fosse così al Nord. Questa coincidenza del giorno della firma mi ha richiamato a una figura che è viva nella memoria di tutti i veronesi per la sua capacità di stare in mezzo alla gente e quindi di annunciare il Vangelo in modo credibile. È un impegno a vivere questo servizio prestando attenzione al portato del ministero di Carraro, come del resto a quello dei miei predecessori, non ultimo di monsignor Zenti.

Il pensiero del teologo veronese Romano Guardini ha influenzato Francesco. Quando ho avuto occasione di incontrare il Papa a Casa Santa Marta mi ha parlato di Guardini auspicando che L'Arena sappia dare voce a tutti. Come pensa di valorizzare la sua figura?
Guardini ha fatto suo l’humus di questa terra. È stato un interprete lucidissimo di un cambio d’epoca legato all’impatto che la tecnica ha avuto nella società. Il suo pensiero capace di conciliare posizioni che sembrano insuperabili è l’antidoto alla cultura post-moderna che rischia di essere schizofrenica e che tende ad esasperare le differenze, il materiale contrapposto allo spirituale, il visibile all’invisibile. L’apporto di Guardini è nella capacità di tenere assieme. Ecco perché il suo pensiero merita di essere riguadagnato. Siamo nella necessità di ritrovare in queste contrapposizioni quel punto di sintesi che lui ravvisa nel cuore.
 

A Rieti l’abbiamo vista vicina alle popolazioni terremotate. Oggi la crisi economica mette in ginocchio le famiglie. Cosa si sente di dire?
Vengo da una provincia in difficoltà dal punto di vista economico. So bene che la salute di una terra e della sua comunità è legata alla capacità, nei momenti di crisi, di far sì che chi sta meglio apra la propria porta a chi sta peggio. Questo gesto che può sembrare di mera carità nasconde una profonda sapienza. Si deve prestare attenzione agli ultimi e operare affinché non ve ne siano né ecologici né umani, ma vi sia sempre la possibilità di integrare chi sta più indietro.
 

Il Veneto è una terra di emigrati e di immigrati. Come si concilia il dovere dell’accoglienza con la necessità di non sconvolgere gli equilibri fragili dei nostri territori?
A Verona, al di là dei turisti, sono presenti diverse culture. È stata una terra prima di emigrazione e adesso di immigrazione. Il fenomeno è irreversibile. Se occorre garantire il diritto di partire e di restare, c’è anche la necessità di poter decidere dove vivere. Non dobbiamo limitarci a una semplice tolleranza, ma provare a mettere in campo una integrazione che è anche culturale e sociale oltre che economica. Da questo meticciato non può che uscire qualcosa di estremamente fecondo.
 

Lei ha fatto nascere le Comunità Laudato si’, ispirate all’enciclica di Francesco dedicata alla cura del creato. Queste comunità lavorano sui temi dell’ecologia integrale, della giustizia sociale e della solidarietà. Questi temi saranno basilari nel suo magistero a Verona?
Nell’ideazione delle comunità Laudato si’ ho avuto al mio fianco Carlin Petrini, il fondatore di Slow Food. Abbiamo dato vita a comunità affettive, che cercassero di operare sul territorio. In passato l’ambiente è stato ritenuto come un tema marginale. Oggi ci rendiamo conto che è legato alla crescita economica e sociale. Bisogna però guardarsi sia dai terroristi dell’ambiente sia dai negazionisti. I primi pensano che basti creare un senso di panico perché la gente cambi stili di vita e atteggiamenti. Così non aiutano a far crescere una vera consapevolezza. Altrettanto preoccupanti sono coloro che negano l’evidenza di un mondo che sta attraversando un periodo di cambiamento climatico che non è semplicemente il frutto di un ciclo storico, ma che ha precise radici e cause nell’azione dell’uomo. Occorre superare entrambi e agire sia a livello di formazione sia di azione.
 

Oggi i simboli religiosi sono anche usati come scudo identitario verso chi non crede o verso chi non fa parte di una certa parte politica. Cosa pensa?
Il simbolico è una dimensione di cui oggi siamo spesso privati nel nome di una visione diabolica che significa divisoria. I simboli religiosi hanno grande fascinazione perché riescono a farci uscire da un piattume che riduce la realtà a una sola dimensione. Tuttavia devono essere trattati con attenzione e cautela. Se i simboli finiscono per diventare una clava perdono il loro significato. Il simbolo del presepe ad esempio contesta la deriva di un Natale che ha ridotto il Bambino Gesù a Babbo Natale. Ma ciò non significa che i simboli debbano essere utilizzati in chiave identitaria quanto come proposta di fronte alla quale ognuno rimane libero.
 

I giornali raccontano di un suo particolare rapporto di amicizia con Francesco. Come è nato?
Non posso essere io a parlare di amicizia. Posso dire che il Papa è molto attento alle persone al di là delle funzioni e dei ruoli che si ricoprono. Ho avuto la fortuna di poterlo incontrare in più di una occasione a Rieti. Ho sperimentato un rapporto privo di formalità e immediato, nel quale ho conosciuto l’uomo che è e la nettezza delle sue convinzioni profonde.
 

Domanda più personale: perché ha scelto di fare il prete?
Sin da bambino sono stato affascinato dalla bellezza della liturgia. Ai tempi del liceo ho poi vissuto l’incontro con Gesù mediato dall’ascolto della parola. E ho scoperto che poteva essere il riferimento abituale della mia esistenza. Così ho immaginato che mettermi al servizio di questa causa potesse essere una buona possibilità.
 

In molti territori le parrocchie soffrono per la mancanza di fedeli e di preti. Come pensa di arginare questa erosione?
L’appartenenza è divenuta più fluida. Il Covid ha contribuito ad allentare i legami. Tuttavia se c’è una realtà che fa dell’incontro personale all’interno di uno spazio condiviso un momento irrinunciabile, questa è proprio la Chiesa. L’importante è che chi partecipa alla vita della Chiesa non consideri la sua esperienza chiusa al momento del rito, ma sia credente nella vita quotidiana. In questo senso credo occorra far crescere fra di noi anche il senso della festa. Siamo un popolo che cerca il divertimento, ma la festa è qualcosa di più profondo.
 

Se dovesse riassumere in un aggettivo Verona?
Verona è bellissima. L’impressione che ho è di una realtà che ha una sua oggettiva bellezza non solo materiale ma anche spirituale. Penso al canto, alla lirica. Certo, la bellezza è scritta nella stratificazione storica di questa città, dai tempi di Roma, fino al Medio Evo e agli Asburgo. Ma deve essere vissuta assieme alla bellezza spirituale.
 

Che messaggio vuole dare ai veronesi in questo giorno così importante?
Vorrei ringraziare per l’accoglienza che ho percepito da tanti dettagli. E spero di poterci conoscere meglio per camminare insieme.
 

La nostra città ha un grande senso di appartenenza nei confronti della propria squadra, l'Hellas. Sappiamo anche è appassionato di calcio. Cos'è per lei il calcio?
Amo il calcio come sport. L’ho sempre praticato da giovane. È la gioia di poter vivere un’esperienza gratuita nella s’incontra la propria fisicità e gli altri. Rende la vita più leggera e vicine le persone fra loro. Se capiterà di fare qualche minuto in campo lo farò volentieri.
 

Magari vedremo il vescovo allo stadio?
Questo sì, assolutamente.

Massimo Mamoli
Direttore de L'Arena