Il nuovo vescovo

L'intervista a Monsignor Pompili: «Chiamatemi semplicemente Domenico. Verona missione difficile»

Il vescovo Domenico Pompili
Il vescovo Domenico Pompili
Intervista al vescovo Domenico Pompili

La cattedrale di Rieti, intitolata a Santa Maria, è gremita. Lui, il vescovo Domenico Pompili, si interrompe quattro volte, commosso, quando prende la parola poco dopo l’annuncio della sua nomina a vescovo di Verona, accompagnato dal suono delle campane. «Questa è una terra con cui ho un legame particolare, di condivisione, rinsaldata nei tempi del terremoto. E le tante parole di affetto ricevute in questi giorni mi hanno riempito il cuore». Un lungo applauso, di persone con le lacrime agli occhi, accompagnano il breve discorso di monsignor Pompili, 59 anni, che a settembre s’insedierà a Verona.

 

«Ho saputo che papa Francesco mi ha nominato proprio nel giorno in cui è morto padre Flavio Roberto Carraro, l’ex vescovo di Verona a cui era tanto legato», dice Pompili, il successore del vescovo Giuseppe Zenti. Dopo abbracci e strette di mano alla sua gente, Pompili lascia la cattedrale. Dopo una pausa per la colazione, prende la sua auto - guidando lui, come fa sempre quando si muove, non accompagnato da alcuno - e si dirige verso Amatrice, il Comune terremotato dove ha il forum delle comunità Laudato Si’, da lui fondata. È qui, in auto, che ci rilascia questa intervista.

 

Monsignor Pompili, stiamo andando ad Amatrice. Che cosa ha rappresentato per lei e per la sua gente la tragedia del terremoto del 2016?

È stato un trauma, ma anche un potente acceleratore di rapporti. Io nel giorno del terremoto ero a Lourdes. Poi andai subito ad Amatrice, dove un uomo mi portò in un vicolo e mi indicò tre sacchi della nettezza urbana. E mi disse: questa è mia moglie, questo è mio figlio, questa è mia figlia.

 

Un impatto terribile

Già e questo mi ha insegnato che l’unica cosa da fare era esserci, darsi da fare, stare vicino alla popolazione per uscire, insieme, da questa tragedia.

 

E lei non ha mancato di intervenire, anche con le istituzioni, affinché la ricostruzione procedesse.

Sì, perché le scosse sono andate avanti per anni e non sempre le cose, poi, hanno poi funzionato, nella ricostruzione. Poi c’è stata la pandemia e la possibilità dell’ecobonus, il che ha dirottato molte risorse a Roma. Ora, quindi, non c’è bisogno soltanto dell’intervento dello Stato, ma anche dei corpi intermedi, della cittadinanza. Dipende anche dai cittadini fare le domande per avere i contributi, anche per ricostruire le seconde case.

 

Lei viene a Verona, ora. Crede molto nel rapporto di dialogo con le istituzioni civili?

Pur senza teorizzarlo, è quello che ho vissuto a Rieti, ad Amatrice, nei borghi terremotati. Le istituzioni del territorio si sono trovate all’unisono, per uscire dall’emergenza, anche nella ricostruzione, che è materiale, morale e spirituale. Ho sperimentato che a livello di Regione, Provincia, Comune, è fondamentale collaborare. Vale anche nelle situazioni ordinarie.

 

Con quale stato d’animo andrà a Verona?

È un trasferimento per me inaspettato. È una missione difficile, una sfida, in una diocesi dieci volte quella di Rieti. Verona ha una grande tradizione, un radicamento di cattolicesimo popolare fortissimo, in realtà forti dal punto di vista sociale, economico, ma con tante presenze di religiosi, missionari.

 

Lei è stato a Greccio. Quanto è importante per lei la tradizione del presepio?

Greccio è il luogo in cui San Francesco, nel 1223, ha avuto questa intuizione, creando il presepe. Per me il presepe è una traccia da valorizzare, perché si pensa sempre ad Assisi, ma qui c’è la Valle Santa, con quattro conventi, molto conformi al messaggio originale di San Francesco più che al francescanesimo venuto dopo.

 

Il nuovo vescovo Pompili con Papa Francesco
Il nuovo vescovo Pompili con Papa Francesco

 

Lei ha avviato ad Amatrice le comunità Laudato Si’, con Carlo Petrini di Slow Food. Le insedierà anche a Verona?

Il terremoto è anche un esempio del cattivo rapporto dell’uomo con l’ambiente. A me e a Petrini venne l’idea di creare gruppi di persone che, con visione integrale dell’ecologia, potessero diventare portatori sani di idee attraverso iniziative pratiche, per attuare i principi contenuti nell’enciclica. Bisogna capire che le risorse vanno protette e dobbiamo ritrovare un equilibrio con la natura.

 

Anche la pandemia ha creato ferite sociali, nuove fratture, povertà nuove, a cui si sono aggiunti il caro bollette, il caro carburante. Da dove si riparte, monsignor Pompili, per aiutare chi sta peggio?

Bisogna lavorare sulla redistribuzione della ricchezza. Non è facile, ma va considerato il termine di valutazione del benessere di una società, che non può fondarsi solo su criteri economici, ma ha ricadute sociali.

 

Lei ha operato molto nelle comunicazioni sociali. Come si fa oggi a districarsi tra migliaia di dati, di informazioni, di parole?

La transizione digitale ricorda il passaggio dalla parola orale a quella scritta. Platone diceva che la parola scritta avrebbe derubato l’uomo dalla memoria e quindi da sapienti la scrittura avrebbe reso gli uomini saccenti. Ora a ogni cambio tecnologico si accompagna un cambio antropologico. Come dice papa Francesco, dobbiamo recuperare il gusto di ascoltare con l’orecchio del cuore. Oggi si ascolta infatti con quello del mercante, visto che noi ormai siamo sorvegliati, ascoltati, ma per essere poi profilati come consumatori.

 

C’è la guerra in Ucraina. Giusto inviare armi o vanno trovate forme di dialogo?

Noi parliamo di guerra quando i giochi sono fatti. Ma all’origine di tutto, purtroppo, c’è l’interesse economico. Quindi se non si disarma una certa logica economicistica che ha nell’industria militare il suo punto di forza, dovremo purtroppo sempre confrontarci con personaggi che usano questo linguaggio.

 

Che autore ha nel cuore?

Il teologo veronese Romano Guardini per la sua riflessione sulla «tensione polare» degli opposti. Ha anche anticipato di un secolo il grande dibattito tra la tecnica e l’uomo, dicendo che la tecnica non deve sostituirsi all’uomo e al contempo non va demonizzata.

 

Le piace la musica?

Certo, Battisti, nato a Poggio Bustone, in queste terre, poi Branduardi, Guccini, De Andrè. Ho conosciuto di recente anche Renato Zero e ho ascoltato in anteprima il suo ultimo disco, “Atto di fede”. La musica, come il cinema, è una forma di comunicazione che ci aiuta a entrare di più nel mondo in cui siamo.

 

Ha qualche hobby?

Mi piace la montagna e camminare. Camminare aiuta a eliminare dal corpo la pressione della velocità. E crea le condizioni per uscire dalle cose predeterminate.

 

Verona ha da poco un sindaco ex calciatore, Damiano Tommasi. Anche lei gioca a calcio: magari farà una partita con lui?

Ci gioco fin da bambino. Sono un centrocampista. Tommasi però è un professionista ed è molto più giovane di me. Vedremo...

***

LA LETTERA AI VERONESI

Il nuovo vescovo Domenico Pompili nel giorno della nomina s’è rivolto alla diocesi di Verona con una lettera, pubblicata sul sito della diocesi stessa. Una lettera nella quale Pompili cita il teologo veronese Romano Guardini - uno dei pensatori del Novecento che maggiormente hanno influenzato la riforma liturgica compiuta dal Concilio Vaticano II - e al termine della quale si firma semplicemente «Domenico», mentre in apertura la fa precedere da una citazione del Vangelo di Matteo: «Neppure si mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti gli otri scoppiano e così si versa il vino e si perdono gli otri. Ma il vino nuovo si mette in otri nuovi, così si conservano entrambi» (Mt 9,17).

Pompili rivolge un cenno al suo predecessore «mons. Zenti, che abbraccio con gratitudine», e aggiunge che «questa scelta inattesa mi ha spiazzato. Fino a qualche giorno fa non avrei mai immaginato di venire da voi e di lasciare quelli tra i quali ho vissuto per sette intensi anni, segnati anche dal terremoto. Naturalmente il testo evangelico suggerisce ben altro rispetto a questa mia troppo personale interpretazione. Quel che è incomparabilmente “nuovo”, infatti, è il Signore Gesù! Lui è il “vino nuovo” che fa saltare consuetudini e spazza via pregiudizi. È nel suo Nome che vengo a voi. Esattamente un secolo fa (1922) Romano Guardini, che era nato proprio a Verona (1885), sottolineava che «si è iniziato un processo di incalcolabile portata: il risveglio della Chiesa nelle anime». E lo descriveva come «la via per diventare uomo». «Spero che il tempo che ci separa dall’incontro rafforzi in tutti la determinazione ferma e perseverante di camminare insieme. Con amicizia e con gratitudine».

 

Enrico Giardini - inviato a Rieti