Mozione antiaborto

I giovani: «Padovani non sia più capogruppo»

Le reazioni

«Come GD, Giovani democratici di Verona, esprimiamo indignazione per il voto del consiglio comunale a favore della mozione Zelger. La mozione rappresenta un pesante attacco ai diritti ed alla libertà di scelta delle donne. Siamo ancor più sconcertati dal voto favorevole della nostra capogruppo Carla Padovani, voto che si colloca al di fuori dei valori del Partito Democratico e della nostra visione della società e dei diritti civili. Chiediamo pertanto che Carla Padovani non sia più capogruppo del PD veronese, perché non ci rappresenta».

 

Anche il consigliere comunale Verona e Sinistra in Comune, Michele Bertucco, si è espresso duramente sulla questione: «Posta sotto il titolo Iniziative per la prevenzione dell’aborto e il sostegno alla maternità nel 40° anniversario della legge 194/1978, la mozione, pervenuta al Consiglio comunale il primo ottobre scorso, è stata modificata rispetto a quella depositata in precedenza, e mai discussa. Le variazioni non sono prive di significato, perché cancellano le cifre e le statistiche, desunte da fonti ignote, che avrebbero dovuto comprovare, guarda caso, non solo i fallimenti, ma il potere criminogeno della legge in questione, capace di creare guasti a tutti i livelli: fisici, psichici, socio-antropologici, estetici … ». E prosegue: «Non manca niente, in tale mozione, dell’armamentario solito, quello che mette insieme argomenti disparati, per lo più truci e vagamente terroristici, nel tentativo di demonizzare la legge, e, neanche troppo implicitamente, le donne che ad essa fanno ricorso. Invece che provvedere a cancellare dati forse farlocchi, bastava attingere a quelli, fino a prova contraria sicuri,forniti dall’Istituto Superiore di Sanità: se non che, proprio da questi si evince che la legge 194, a dispetto dei molteplici tentativi messi in atto per impedirne la piena attuazione, abbia svolto il suo compito primario: tutelare la salute della donna, libera di autodeterminarsi nella difficile scelta di abortire. In realtà, il lungo elenco dei danni compilato dai Consiglieri è solo una premessa,il vero intento della mozione essendo quello di impegnare il Sindaco e la Giunta, affinché finanzino "progetti che operano nel territorio del Comune di Verona". E, già che ci sono, i firmatari buttano lì due nomi di progetti finanziabili, "Gemma" e "Chiara". Progetti che si occupano di assistere le madri in difficoltà per la durata di un anno. Ma prima? La prevenzione, l’educazione all’affettività e alla sessualità, l’informazione? I consiglieri non ne parlano, perché l’importante è dire quanto male faccia al mondo la 194, e, forse, quanto benemeriti siano, al paragone, i progetti additati». E conclude: «A lungo le persone presenti nel loggione del Consiglio comunale hanno potuto protestare, a lungo là sopra, e anche al piano basso, quando, con fatica, hanno potuto recuperare i loro documenti. A danno già fatto, qualcuno, fra gli amministratori, continuava ad andare in cerca del peggio. Mezzucci, dopo la vergognosa prova muscolare, purtroppo non solo declinata al maschile».

 

«Nella notte Verona e le sue cittadine hanno subito uno schiaffo inaccettabile. Il voto del consiglio comunale per dichiarare Verona ’città a favore delle vità ci ha riportato indietro ad anni in cui le donne morivano per le interruzioni di gravidanza e proliferavano gli aborti clandestini». Lo dichiara la deputata veronese Alessia Rotta (Pd). «La nostra città - prosegue - non deve dare ulteriori prove di essere a favore della vita: Verona è medaglia d’oro della Liberazione dal nazifascismo e la vita l’ha difesa e tutelata con il coinvolgimento di tutta la popolazione».

 

«L’approvazione nottetempo delle mozioni leghiste, invece, la rende un luogo ostile alle donne e carico di ipocrisia. Spiace che anche all’interno del Partito Democratico Veronese ci sia chi, come Carla Padovani, non abbia capito la gravità di quanto la Lega stava cercando di fare, rendendo il corpo delle donne una merce di scambio politico. Una grave responsabilità sia verso le cittadine e i cittadini, sia per non aver informato il gruppo e per non averlo rappresentato - conclude - ma abbiamo la consapevolezza che si tratta di una posizione del tutto personale».

 

 

«In occasione del 40° anniversario della legge 194/1978 è stata approvata dalla maggioranza del Consiglio comunale una mozione che ricaccia la nostra città nel medioevo. Citando dati provenienti da fonti perlomeno discutibili, si afferma tra l'altro che la legge 194 avrebbe incentivato il ricorso all'aborto, piuttosto che contrastare quello clandestino. Sulla base di premesse assolutamente antiscientifiche, si decide che il Comune debba "adoperarsi per la diffusione di una cultura di accoglienza della vita", destinando un "congruo" finanziamento ad associazioni cattoliche veronesi. Il testo approvato è per tutte le donne fortemente offensivo e indigna profondamente» lo sostiene Mariapia Mazzasette, segretaria di Cgil Verona. «Secondo gli estensori e sostenitori della mozione, la donna è evidentemente una persona superficiale che ricorre all'aborto per mancanza di informazioni, per pigrizia, per dispregio della vita, quando basterebbe "un piccolo aiuto economico" per evitarlo. Il Coordinamento Donne e l'intera CGIL di Verona respingono con forza questa concezione oscurantista e dispregiativa della donna. In un periodo in cui la restrizione delle risorse pubbliche porta a continui tagli ai servizi sociali ed i consultori, previsti dalla legge 194, soffrono carenza di risorse umane e strumentali, a Verona si finanziano associazioni private amiche e si utilizza l'alibi della difesa della vita per limitare scelte e diritti».

 

 

«La mozione approvata dal Consiglio comunale di Verona sull’aborto «farebbe già accapponare la pelle così, qualificando anche chi l’ha proposta, ma c’è una cosa a mio parere più grave. La mozione è stata votata anche dalla capogruppo del Pd in consiglio comunale Carla Padovani. Ecco, non userò molte parole: non credo che sia una persona che possa stare nel Pd». Lo scrive l’on. Giuditta Pini su Facebook. «Non conosco i motivi - prosegue Pini - che l’hanno portata a sedere in consiglio comunale rappresentando tutta la comunità del partito, ma non credo sussistano più. Perché per quanto possiamo essere plurali, esistono dei limiti che qualificano anche lo stare in una comunità e credo che lei li abbia allegramente superati», conclude.