Presidenziali

Enzo Erminero sul rebus del Quirinale: «Ecco quello che potrà succedere»

Enzo Erminero in una foto d'archivio
Enzo Erminero in una foto d'archivio
Enzo Erminero in una foto d'archivio
Enzo Erminero in una foto d'archivio

Dice Romano Prodi, che di palazzi romani e congiure politiche ne sa qualcosa, che diventa presidente della Repubblica non chi ha più voti in Parlamento, ma chi ha meno veti. «Verissimo, confermo. È sempre stato così». Enzo Erminero, deputato democristiano di lungo corso ed esperta navigazione, 90 anni compiuti, quattro legislature dal 1968 al 1983, sottosegretario e sindaco di Verona, prese parte in Parlamento all’elezione di due presidenti della Repubblica: Giovanni Leone nel 1971 e Sandro Pertini nel 1978. Ora parte il conto alla rovescia per eleggere il successore di Sergio Mattarella al Colle; la prima assemblea delle Camere riunite sarà attorno al 20 gennaio, la giostra del totonomine è cominciata da un pezzo, tanti sono i nomi sulla graticola, il premier Draghi è tirato per la giacca tutti i giorni, l’Europa guarda con apprensione alla stabilità dell’Italia che può ricoprire, se saprà fare le scelte giuste, un ruolo forte nella Ue dopo l’uscita di scena della Merkel. E i partiti non hanno voglia di andare alle urne prima del tempo per una caduta del governo: sarebbero a rischio due cose fondamentali per i parlamentari. La prima è la pensione, la seconda la rielezione perché scatterà la riduzione dei seggi e la riforma elettorale ancora non c’è.

 

Erminero, lo scenario è complicato. Nel 1971 Leone venne eletto al 23° scrutinio, una maratona. Ci sono delle analogie?

No, direi di no. Siamo in una situazione molto particolare oggi che non ha eguali nel passato. Leone venne eletto dopo una sfibrante tensione tutta all’interno della Democrazia cristiana e fu un candidato di risulta. I veri nomi in corsa erano quelli di Fanfani e Moro che si eliminarono a vicenda, con Andreotti, sempre disponibile, che cercava di approfittarne. Lo stesso Pertini arrivò al sedicesimo scrutinio, proposto da Craxi perché la Dc era in difficoltà.

 

Ma tutti i pezzi da novanta rimanevano sempre esclusi dal Quirinale: alla fine prevalevano nomi meno esposti. Come mai?

erché, come dice Prodi, alla fine contano i veti e non i voti. Per cui personalità molto forti o esposte politicamente o in qualche modo ostili a una parte del Parlamento non vengono eletti. Si scatenano i franchi tiratori che non votano contro al nome del candidato, attenzione, ma contro il proprio segretario di partito affinché non abbia successo. Queste sono le contorsioni della politica.

 

Ma alla fine chi decideva? Come si svolgevano le trattative?

All’epoca c’erano i partiti con le loro correnti be strutturate, i dorotei, Forze Nuove, la Coldiretti e così via. I segretari di partito e le correnti, ognuno aveva una sua strategia. I gruppi parlamentari votavano la proposta di un candidato e poi si procedeva, se non partivano i mal di pancia...

 

Il voto è segreto, scritto nell’urna. C’è modo di controllarlo?

Certo. C’era chi inseriva una virgola, chi scriveva il cognome con una doppia in più, chi metteva due puntini per esempio sulle «i» di Marini, chi il nome di battesimo. Poi i capi corrente o i segretari di partito andavano a controllare.

 

Ma quando si capì che sarebbe stato eletto Leone?

Quando Moro annunciò di ritirarsi dalla corsa al Quirinale. Quando capisci che non passi, è meglio ritirarsi. Così pure fanfani. Tutti i personaggi più in vista e con importanti incarichi di partito non venivano eletti. Con l’eccezione di Saragat, del Psdi. Ma in genere non va al Colle una figura di primo piano della politica, un segretario nazionale: anche Craxi, così come dicevo di Andreotti e Fanfani avrebbero voluto la presidenza della repubblica. Ma buona parte del partito nel segreto dell’urna gli votava contro.

 

Sempre il gioco dei voti e dei veti...

Esatto, per questo alla fine vengono elette persone di primo piano in campo civile e professionale o anche governativo, ma di seconda linea nell’impegno politico. Lo stesso Cossiga, che era stato ministro, non era mai stato un capo del partito.

 

Quindi il candidato ideale per il Colle che caratteristiche deve avere?

Dev’essere persona nota, esperta, non deve aver assunto posizioni rigide o impegnative tali da scatenare reazioni negative, spesso esterno all’ambito politico: pensiamo a Ciampi che veniva dalla Banca d’Italia, aveva una grande preparazione e grande credibilità.

 

Chi avrebbe voluto come presidente della Repubblica se avesse potuto decidere lei?

Avrei voluto Aldo Moro.

 

Enzo Erminero, primo a sinistra, in una foto recente
Enzo Erminero, primo a sinistra, in una foto recente

 

E invece adesso secondo lei come va a finire?

Se Draghi resterà alla Presidenza del Consiglio, potrebbero salire al Colle o il ministro della Giustizia Cartabia o Sabino Cassese. Potrebbero garantire la prosecuzione della legislatura fino alla scadenza naturale. Il voto anticipato sarebbe un trauma per i parlamentari e per il Paese. C’è anche il nome di Amato che è tornato a circolare, ma già nel 2015 Renzi e Berlusconi ruppero l’intesa sull’ex socialista e venne fuori il nome di Mattarella. Berlusconi voleva Amato, il Pd fece le barricate contro l’ex vice di Craxi. Oggi forse c’è meno personalismo, chissà...

 

A proposito di Berlusconi?

Vale il discorso che facevo per i leader politici. È vero che il centrodestra porta Berlusconi ma con la speranza che la sua elezione non avvenga mai. I parlamentari della coalizione voterebbero contro Berlusconi per colpire Salvini e Meloni. I Cinquestelle non hanno nomi, i centristi punteranno su Casini e forse dal Pd proveranno con il nome di Franceschini.

 

Stiamo assistendo a candidature specchietto?

Sì, esistono le cosiddette candidature di sondaggio. Come quella che nel 2015 venne lanciata dai Cinquestelle con il nome di Rodotà.

 

Draghi?

Ma se vogliamo avere la sicurezza che l’Italia riparta e investa bene le risorse del Pnrr, è meglio che Draghi resti lì dov’è. Anche perché nessuno finora ha mai affrontato il tema del doppio cambio di presidenza: se Draghi va al Colle chi mettiamo a Palazzo Chigi? Questo è un dibattito che non è mai decollato tra i partiti, perché non c’è alcun accordo sulla combinata.

 

Un bis di Mattarella è invocato da molte parti...

Lo vedo molto difficile. Dovrebbe verificarsi un plebiscito, con una maggioranza larghissima, più ampia di quella che sostiene Draghi al governo. Vedremo...

 

Serviranno 23 scrutinii come con Leone?

Siamo in una situazione completamente nuova. Se non si chiude nelle prime tre votazioni a maggioranza qualificate, poi si rischia una serie infinita di scrutinii, con i franchi tiratori che avranno le praterie davanti a sè...

Maurizio Battista