La storia

Elena, da Mariupol a Verona: «Ero all'ospedale quando l'hanno bombardato»

L’immagine di Elena ferita è stata trasmessa dalle televisioni di tutto il mondo
L’immagine di Elena ferita è stata trasmessa dalle televisioni di tutto il mondo
L’immagine di Elena ferita è stata trasmessa dalle televisioni di tutto il mondo
L’immagine di Elena ferita è stata trasmessa dalle televisioni di tutto il mondo

Il boato improvviso. Pezzi di vetro in volo come proiettili vaganti e il materiale medico trasformato in un istante in spazzatura, sparpagliata ovunque.
È così che l'infermiera Elena Karas, 57 anni, ricorda l'atroce bombardamento del 9 marzo scorso, che aveva avuto per bersaglio l'ospedale pediatrico di Mariupol. Le immagini hanno fatto il giro del mondo, specie quella, choccante, della donna trasportata via in barella in procinto di partorire. Nonostante il rapido trasferimento nel più vicino ospedale, ha perso la vita insieme alla sua piccola neonata.
Elena, che dall'inizio del mese si trova nella nostra provincia, ospite di una famiglia di Sommacampagna, stava prestando servizio al terzo piano dell'ospedale, quel giorno. «Mi occupavo dei bambini nati prematuri, ne avevamo in cura 13, due dei quali abbandonati. Per fortuna si sono tutti salvati», racconta. «Non ci aspettavamo nessun attacco, i punti sensibili erano ritenuti altri. E invece, poco dopo le 15, le finestre dell'ospedale sono crollate, tutto ha tremato e ho ancora nelle orecchie le urla e i pianti dei bambini e dei loro parenti. C'erano mamme, nonni e anche un padre».
«Non appena ci si è resi conto dell'accaduto», continua a raccontare Elena, «i medici responsabili ci hanno detto di correre nei sotterranei dell'edificio, di ripararci lì. In soli dieci minuti sono poi arrivati i nostri soldati, pronti a organizzare il trasferimento nell'ospedale militare, distante circa mezz'ora di strada. Abbiamo raccolto latte, coperte per proteggere i piccoli dai meno 10 gradi esterni di temperatura e poi le auto sono partite. Io non sono salita. Non c'era posto per tutti, eravamo troppi, e non sarei poi potuta tornare a casa».

 

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Anche l'infermiera è stata colpita alla testa da una scheggia di vetro, schizzata da una finestra in frantumi. L'immagine di lei soccorsa da un soldato è finita sulle televisioni di tutto il mondo. Ma si è trattato per fortuna di una ferita lieve, superficiale.
Elena ricorda la gente che nella sua Mariupol raccoglieva la neve per poter bere qualcosa, tagliava gli alberi per fare legna e quindi dei fuochi con cui riscaldarsi e cucinare. «Ora a Mariupol si vive ancora nei seminterrati, negli scantinati. Mio figlio Mihail è un soldato e non ho notizie di lui da due settimane. Hanno bombardato le antenne delle telecomunicazioni e non so nemmeno se sia ancora vivo. Ha un bambino di tre anni che, con la madre, si trova in una cittadina a 200 chilometri di distanza».
Elena ha anche una figlia, Katerina. pure lei è arruolata e impugna le armi per difendere la sua patria. Si trova a Dnipro, a circa 100 chilometri da Mariupol. Ha affidato alla madre i suoi due figli maschi: Nikita di 13 anni e Makar che invece ne ha 10.
«Katerina è separata da due anni dal marito, che è un marinaio. Non avrebbe saputo a chi affidare i figli e quindi li ho portati in Italia con me», dice l'infermiera. «Mio marito, soldato pure lui, a ottobre ha compiuto 60 anni e quindi ha potuto lasciare il Paese. Ora si trova in Slovacchia».

 

Elena Karas, infermiera di 57 anni
Elena Karas, infermiera di 57 anni


Cinque anni fa Elena aveva vissuto nel Mantovano per provare a lavorare come badante. Per questo parla bene la nostra lingua. «Sono stata in Italia per sei mesi, poi sono rientrata in Ucraina per tre, e di nuovo sono tornata in Italia. Era da giugno che lavoravo nell'ospedale di Mariupol», riferisce. «Sono riuscita a scappare con un pullman di linea e stiamo sbrigando le pratiche per il riconoscimento delle vaccinazioni fatte in Ucraina, in modo che i bambini possano iniziare a frequentare la scuola».
Damiano e la moglie Rossella la stanno ospitando e le danno un grande aiuto. «Siamo entrati in contatto con l'associazione Le Malve, rendendoci disponibili per dare ospitalità», dice Damiano. «Nostra figlia è grande e quindi abbiamo una stanza libera in cui si sono sistemati Elena e i nipoti. Siamo già in contatto con la dirigente scolastica e nel frattempo Elena cerca lavoro, non riesce a stare ferma. Non può però prendersi un impegno a tempo pieno, perché nel pomeriggio i bambini resterebbero soli, ma ha un'esperienza di 35 anni come infermiera e non è poco».
Elena per fortuna ha salvato il suo diploma. Ora lo sta facendo tradurre e andrà poi fatto legalizzare perchè possa essere riconosciuto con un titolo equivalente in Italia. «Ho scritto un curriculum con le mie esperienze, con la mia formazione», conclude. «Spero davvero di poter presto riprendere a lavorare».

Chiara Bazzanella