L'INTERVISTA

Covid, veronesi chiusi in casa. Il sociologo: «Il virus ci ha stravolto le menti. Non si tornerà più come prima»

La città sembra chiudersi di fronte alla pandemia
La città sembra chiudersi di fronte alla pandemia
La città sembra chiudersi di fronte alla pandemia
La città sembra chiudersi di fronte alla pandemia

Sembra di essere tornati alla primavera del 2020. Verona è stanca. La città, prigioniera di Omicron, s’è messa da sola al riparo dal virus: ci fosse bisogno di un nuovo lockdown, non sarebbe un dramma. Perché tutti, una sorta di isolamento-fai-da-te se lo sono già imposto. Per paura o per assuefazione alle regole, nella vita della gente di «normale» è rimasto poco. Il tempo va declinato prima e dopo il Covid, la pandemia ha cambiato le esistenze di grandi e piccoli, ha stravolto i ritmi della quotidianità: la sensazione che si respira, girando per le strade semideserte, è che il virus abbia trasformato la nostra mente e che su tutto, ora, domini l’inquietudine. Piazze, strade, bar, ristoranti, negozi, uffici: tutti vuoti, Verona è in letargo. Il professor Luca Mori, docente di Sociologia Generale al Dipartimento di Scienze Umane dell’Università, non ha dubbi: «La città s’è fermata».

 

I veronesi, grandi e piccoli, si sono chiusi in casa, perché? È paura o cos'altro?

Non so se paura sia il termine più appropriato. La mia impressione piuttosto è di trovarmi innanzi a un generale atteggiamento di prudenza. Mi pare cioè che il ritiro dalla socialità vissuta pubblicamente nei locali e nelle piazze dipenda più da una serie di considerazioni ponderate che da una reazione impulsiva di spavento. Parlando con le persone si ha la sensazione che ci si stia abituando a valutare i pro e i contro di ciascuna occasione di contatto sociale in termini di probabilità di contagio. C’è sempre una domanda sul rischio di infettarsi che tacitamente ci facciamo prima di decidere se uscire o meno. E credo che in parte questo ci abbia portato a tagliare tutto ciò che della nostra socialità ci appare per così dire superfluo. Usciamo meno, selezioniamo con più attenzione le occasioni, abbiamo tutti ristretto la cerchia di amici almeno un po’. Questo se non altro è quello che stanno facendo le fasce più adulte della popolazione.

 

E i ragazzi?

I giovani mi sembra siano meno inclini ad infliggersi spontaneamente questa sorta di ritiro sociale. E infatti, da quel che vedo, sono gli unici che in questo periodo tengono un minimo viva la città. O per lo meno ci provano. Questo perché penso che per loro la socialità quotidiana, vissuta nella cerchia di amici, sia un bisogno davvero essenziale.

 

Si è passati dall'«andrà tutto bene» ad una situazione di generale pessimismo: siamo tornati indietro o non ci siamo mai mossi?

È vero. Nonostante dai media inizino ad arrivare segnali riguardo l’imminente fuoriuscita da questa quarta ondata, credo che il clima generale non sia troppo ottimista. Lasciando da parte le considerazioni tecniche sull’andamento epidemiologico, ritengo che la crisi sia andata via via inserendosi nella nostra quotidianità, sia cioè diventata sempre più parte di ciò che nella vita di tutti i giorni si dà per scontato. La percezione del Covid-19 ha sempre più a che fare con condizione permanente di disagio dove si alternano momenti ad alta e a bassa intensità. Un giogo che si allarga e si stringe a cui si sta facendo il callo.

 

Dal punto di vista sociologico, cosa dobbiamo aspettarci ancora? Quali gli effetti del Covid sulla mente delle persone? E chi sta pagando di più?

C’è un indubbio ritiro nel privato specie da parte delle fasce adulte. Il punto per me interessante è che, nonostante tutto, si tratta di un ritiro autoimposto. Tempo fa, ai tempi del primo lockdown del 2020, alcuni dei miei colleghi avevano parlato di tirannia dell’intimità. Con ciò intendevano rimandare alla sensazione di disagio spesso anche profondo che la costrizione a vivere reclusi nel mondo domestico ci aveva causato. Oggi, a distanza di ormai due anni, credo che ci sia più o meno abituati a quella tirannia. Certo, da quel marzo non abbiamo più vissuto momenti così drammatici; tuttavia, sono convinto che le fasi succedutesi da allora ci abbiano spinto a rinunciare alle volte anche di buon grado alla socialità pubblica. Questo però come dicevo non vale per i giovani. La fascia giovanile è tra quelle che ha pagato e sta pagando il prezzo più elevato.

 

Dal suo osservatorio, come stanno i ragazzi?

Dai servizi arrivano dati sulla loro condizione psicologica che non sono affatto rassicuranti. Disturbi alimentari, depressione, episodi di bullismo e di autolesionismo evidenziano numeri tutti in crescita. Ma non va meglio nemmeno con gli anziani: anche questo segmento di popolazione – per motivi che sono ovviamente diversi rispetto a quelli di adolescenti e ventenni - avverte il bisogno di socialità come essenziale; in più evidenzia oggettive fragilità rispetto al rischio di contagio.

 

Cosa ci lascerà il Covid?

Se allarghiamo lo sguardo a temi più ampi rispetto a quello della socialità il discorso da fare è senz’altro più generale e tocca ambiti trasversali. In due parole, mi sembra evidente che la lezione che la pandemia ci chiede di imparare riguarda ancora una volta l’importanza delle diseguaglianze sociali e come esse vadano ampliandosi nel corso delle crisi. È di pochi giorni fa l’uscita del rapporto Oxfam, ripresa da tutti i media, in cui si mostra molto chiaramente come negli ultimi due anni sia andata ad aumentare ancor di più la già incredibile distanza tra i ricchi globali e gli esclusi della terra.

 

Si può fare o dire qualcosa perché i veronesi tornino a vivere normalmente?

Mah… sul fare non saprei, non sono un tecnico. Sul dire penso che vi sia urgenza di informazione accurata e autorevole. È un tema complesso che non può essere affrontato in poche battute, mi limito a dire che credo ci sia un gran bisogno per l’opinione pubblica di recuperare punti di riferimento che l’aiutino ad orientarsi. Servono informazioni chiare. Servono risposte certe.

Camilla Ferro