L'allarme

Adolescenti sempre più soli. «Ci si parla solo dalla porta. E il disagio comincia già da più piccoli»

«Solo pochi anni fa bastava suonare, entrare in casa del ragazzo in difficoltà e ci si metteva poco a creare una relazione con lui. Oggi si chiudono in camera ed è quasi impossibile: siamo stati anche un mese a parlare attraverso una porta prima che si potesse fidare».

È una storia come tante quella che raccontano i responsabili di Hermete, una delle cooperative di riferimento sul territorio provinciale anche per la gestione del disagio giovanile: con la difficoltà anche di educatori e operatori ad affrontare i tanti casi di adolescenti in crisi per ansia, depressione o disturbi di vario tipo Richieste di aiuto «Questi ragazzi portano messaggi di sofferenza, oggi ci chiamano tanti privati perchè il mondo dei servizi sociali a volta è lontano da loro, i genitori vedono i figli in difficoltà e non sanno come muoversi», spiega Marcella Esposito, responsabile area minori e nuove fragilità di Hermete che compie 20 anni, «noi ci proviamo ad aumentare i servizi, ma i tagli al sociale non fanno bene», come ricorda anche Giulia Leonardi dell’area formazione e lavoro di Hermete, con il fondo nazionale per le politiche giovanili «calato dai 130 milioni del 2009 ai 70 milioni di due anni fa, senza contare che nel 2017 era sceso addirittura a quattro, serve una rete tra pubblico e terzo settore altrimenti intervenire diventa complicato. Non possiamo mettere solo la pezza quando c’è un caso preoccupante, altrimenti la situazione continuerà a peggiorare», il pensiero comune delle esperte, «e poi c’è la questione del lavoro emersa negli ultimi tempi, fino ai 18 anni c’è una certa protezione dalla scuola e dai servizi sociali, dopo sono lasciati soli».

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Sempre più piccoli Con un preoccupante calo dell’età del disagio e dei disturbi psichici, che portano i giovani non solo a chiudersi in sé stessi ma anche a gesti autolesionisti come tagli o altro ancora, anche nei primi anni delle scuole elementari - quindi sei o sette anni - come è stato rilevato in una delle segnalazioni più recenti poi passate ai servizi sociali. «Teniamo molto al concetto di comunità educante, oggi mancano spazi dove i ragazzi possano esprimersi, noi cerchiamo anche di aiutarli ad andare verso il mondo del lavoro, anche se oggi è difficile organizzare tutto, dagli eventi ai semplici incontri». L’età del disagio che si abbassa sempre di più e l’aumento delle richieste durante e dopo la pandemia come sottolinea Amedeo Bezzetto, psicoterapeuta responsabile dell’area adolescenti dell’ospedale Santa Giuliana: «Gli adulti faticano ad entrare in relazione con i giovani, oggi c’è una grande fragilità e mettono sul corpo le loro problematiche, non riescono a gestire fallimenti e preoccupazioni senza attaccare il corpo, proprio o degli altri».

Il corpo come un mezzo Quel corpo che diventa il mezzo di riconoscimento e appartenenza sociale anche all’interno di bande organizzate o baby gang, dal modo di vestire ai tatuaggi e altro ancora. E poi il telefonino, oggetto irrinunciabile per tutti. «Hanno a che fare con un mondo ricchissimo di stimoli , spesso dimentichiamo che a 13 anni come adolescenti si è appena nati», ricorda Bezzetto, «il digitale ha ampliato a dismisura quel mondo. Servono relazioni di accompagnamento con gli adulti e non di controllo, di contenimento ma di percorsi comuni con gli adulti».

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Campanelli di allarme Resta difficile capire in tempo i segnali di un disagio pronto ad esplodere, anche se qualche campanello d’allarme si può intercettare in anticipo. «Quando un ragazzo la sa lunga, si arrangia e non chiede mai aiuto, l’autoreferenzialità è un brutto segnale, e poi anche quando vicino mancano adulti significativi di riferimento in termini di autorevolezza, invece sono autoritari con rapporti di sottomissione, agli adolescenti serve invece lo spazio del rischio», prosegue Bezzetto. Il rischio è sempre dietro l’angolo, anche in situazioni apparentemente più tranquille. Come nel caso di un ragazzo che non riusciva a relazionarsi con i coetanei, restava chiuso in casa giocando sempre ai videogiochi, anche tutta la notte. Iniziando poi ad uscire con gli amici ma entrando subito in gruppi a rischio devianza fino a vere e proprie baby gang, e arrivando poi ad essere inserito in una comunità dopo l’arresto». Ad allarmare esperti, genitori e mondo della scuola sono anche i tentati suicidi, circa il dieci per cento dei ragazzi con disturbi e disagi psichici seguiti solitamente dai centri riferimento. «Non è sufficiente occuparci del sintomo ma vanno investire subito più risorse in contesti, strumenti ed educatori di prossimità», la conclusione di Bezzetto, «quello di Hermete - giovedì inaugurerà Gabanel, villa di Bussolengo confiscata alla mafia - è un ottimo modello. In generale invece credo che manchi un approccio culturale esplorativo, che dia stimoli nuovi agli adolescenti affinchè sperimentino il più possibile». 

Luca Mazzara