Giornalista de L'Arena, aveva 82 anni

Addio a Ferriani
il cronista amante
dell’avventura

Ermanno Ferriani
Ermanno Ferriani
ERMANNO FERRIANI

«Salve, sono Ermanno Ferriani del giornale L’Arena. Ci sono novità?».

Sulle “erre”, quando faceva il giro di nera al telefono, arrotava la lingua, estendendo il diaframma mentre appoggiava i piedi sulla scrivania. Sempre scalzi, anche d’inverno. E niente canottiera, ovviamente, sotto la camicia generosamente sbottonata.

Se n’è andato in silenzio a 82 anni, Ermanno, forse senza rendersi conto che aveva imboccato da tempo la strada del non ritorno. Lui che aveva ricordi e aneddoti con cui riempire mille serate, aveva girato mezzo mondo, aveva l’Africa nel cuore, era stato amico della Queen Mother e riusciva nelle imprese impossibili. Lasciandoti ogni volta con la domanda a mezz’aria: un colpo di fortuna o è veramente un bravo cronista? Era un giornalista di razza, Ermanno Ferriani. Uno che non accettava compromessi, qualità che mise a disposizione dei colleghi de L’Arena e delle altre testate venete svolgendo attività sindacale. Nella rappresentanza aziendale, nel direttivo e nella giunta del Veneto e per i pensionati. Eppure in redazione veniva poco preso sul serio, Ermanno. Il più delle volte passava per uno scansafatiche, interessato più alle donne e ai viaggi che alle notizie. E a bollarlo bastava ciò che aveva combinato una sera: per non rinunciare all’appuntamento con una donna, letteralmente spostò un decesso sull’autostrada Serenissima dalla provincia di Verona a quella di Vicenza, evitando di scrivere l’articolo.

Eppure c’era lui, la sera del 5 agosto 1990, sotto l’ombrello assieme a Lady D., arrivata in Arena per assistere al concerto dell’amico Luciano Pavarotti. C’era lui nella carovana che accompagnò la madre della regina Elisabetta nel suo giro in Veneto. «La conosco bene», si vantava, «perchè quando ero giovane ho fatto il cameriere in Inghilterra e sono finito nella sua dimora. È una donna davvero piacevole e intelligente».

E c’era lui, di turno serale in cronaca, quando si sparse la notizia che una spia aveva gettato una valigetta nell’Adige, vicino a Zevio. Si diceva che contenesse Uranio impoverito proveniente dall’Est Europa. Con il sorriso e quell’aria da dandy inglese, Ferriani superò ogni blocco ed entrò nel laboratorio del policlinico in cui il professor Fenzi e i suoi collaboratori, coperti da scafandri a prova di radiazioni, stavano esaminando il contenuto della valigetta, recuperata dai vigili del fuoco. Non credeva alle sue orecchie, il capocronista, quando Ferriani lo rassicurò: «Ho tutto. Nessun allarme».

Corrispondente da Verona del Corriere della Sera, Ermanno aveva mille interessi. Appassionato di musica lirica, non mancava a una prima in Arena e alla Scala. Proverbiali i suoi scambi d’opinione con il collega e critico Carlo Bologna. E poi i viaggi, specie se avventurosi: in Libia e in Mauritania, collaborando alla realizzazione di apprezzati documentari realizzati dall’agenzia Studio film tv di Lucio Rosa, trasmessi e premiati anche in Germania. Il secondo amore era lo sport, che seguiva da giornalista (era iscritto all’Ussi, Unione stampa sportiva) e che praticava: il tennis e lo sci soprattutto, finchè le ginocchia hanno retto. Dongiovanni incallito, era un impeccabile padrone di casa e un apprezzato cuoco. Memorabili le serate nella casa che affaccia sul Teatro Romano. Ma è stato soprattutto un collega gentile, sempre pronto a darti una mano, una dritta. Merce rara, nella frenesia di oggi.

Paola Colaprisco

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