Veneto in bilico tra giallo e arancione Anche Verona soffre

Il posto di controllo degli agenti della Polizia Locale all’imbocco di Via Mazzini nell’ultimo week end, il Veneto è in bilico e potrebbero arrivare nuove restrizioni nel prossimo fine settimana FOTO MARCHIORI
Il posto di controllo degli agenti della Polizia Locale all’imbocco di Via Mazzini nell’ultimo week end, il Veneto è in bilico e potrebbero arrivare nuove restrizioni nel prossimo fine settimana FOTO MARCHIORI

L’Istituto Superiore d Sanità mette in queste ore il Veneto tra le regioni in bilico, con un rischio che da moderato potrebbe toccare la soglia di alto nel prossimo mese. Il presidente Luca Zaia spiega: «Rispetto a venerdì scorso non è cambiato nulla, per i numeri, per la sensazione e il clima di gestione che abbiamo la situazione Covid, a nostro avviso, è uguale a quella di sette giorni fa. C’è di buono, e non è poco, che secondo i nostri calcoli l’Rt è sensibilmente calato, aspettiamo però il giudizio di Roma». Ed entrando nel dettaglio: «C’è una sostanziale tenuta sulle terapie intensive del Veneto, tranne che nel Veronese dove stiamo registrando delle criticità. Anche per i ricoveri in area non critica, sia Verona che Treviso sono già arrivate alla fase 5 del Piano di Sanità pubblica, è l’ultima, quella dove c’è massima allerta. In generale, comunque, nelle nostre rianimazioni il trend è di crescita leggera, con addirittura il delta negativo -10 di oggi. Ripeto, questa ondata è caratterizzata dal carico eccessivo dei ricoveri ordinari che significa soprattutto super lavoro per Malattie infettive, Pneumologie, Medicine. Sottolineo che abbiamo anche 8mila pazienti no-Covid da gestire». Il governatore ha comunque messo in guardia: «Dal punto di vista comportamentale dobbiamo guardare all’area gialla del Veneto come fosse un rosso fuoco, perché non dobbiamo avere assolutamente cali di tensione: il Covid circola e gli ospedali sono sotto pressione». Zaia è anche tornato sui tamponi rapidi, «cruccio» degli ultimi giorni per le critiche rivolte alla loro affidabilità dagli stessi scienziati veneti che hanno chiesto che lo screening sugli operatori sanitari continui con il molecolare ogni otto giorni invece che con il veloce ogni quattro. «Abbiamo girato la faccenda al Comitato Scientifico Nazionale, ci diranno loro cosa fare. Intanto, noi continuiamo a fare test, sia molecolari che antigenici, convinti che sia l’arma migliore per tracciare il virus. I medici di base l’hanno capito e su 3.007 in tutta la regione, 1.618 già li fanno. Quindi non era un’eresia pensare che si potesse fare un percorso insieme. Sembrava quasi blasfemo», ha sorriso, «ma oggi il 59% ha aderito e ne esegue 2.319 al giorno. Abbiamo stanziato fondi per dare loro altri centomila kit diagnostici per arrivare a dicembre, poi però non abbiamo forze per andare avanti: costano 18 euro l’uno se fatti in ambulatorio, 12 se fuori», ha concluso. Che Zaia non abbia abbandonato l’idea di coinvolgere tutte le figure sanitarie, è confermato dall’annuncio dato in diretta: «Abbiamo chiesto al Governo di allargare la platea ai veterinari e ai dentisti. Insomma, farà pure ridere ma nelle emergenze bisogna approfittare di tutte le opportunità, si tratta di fare un tampone! Una volta la puntura te la faceva il vicino di casa e non era certo laureato in medicina». Facendo il punto sul vaccino anti Coronavirus in arrivo anche in Italia all’inizio del prossimo anno («a gennaio ne avremo su piazza almeno 6») Zaia s’è lasciato andare ad una visione profetica: «Vedrete, finirà che alla fine avremo il passaporto sanitario, si sposterà in giro per il mondo solo chi avrà fatto la profilassi al Covid, vedrete se ho ragione! Oggi chiedono il test, domani il vaccino. La comunità internazionale si tutelerà in questo modo. Io lo farò. Non è obbligatorio e si lascia la libertà di farlo solo a chi vuole. Rispetto il pensiero di tutti, ma c’è di mezzo una pandemia e la carta d’identità sanitaria diventerà un modo per difendersi». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Camilla Ferro