«Questi adolescenti non sanno gestire le emozioni»

Atteggiamenti di una tale gravità, che riguardino la sfera dell'adolescenza, «nella Psichiatria dell'azienda ospedaliera di Verona fortunatamente si affrontano raramente. Però registriamo un aumento dei casi di giovani in crisi, oppure ritenuti non più gestibili dai loro genitori e dal contesto in cui vivono». A parlare è Mirella Ruggeri, direttore dell'Unità operativa complessa di Psichiatria del policlinico di Borgo Roma e professore ordinario del dipartimento di Neuroscienze dell'ateneo scaligero, interpellata sulla terribile vicenda accaduta a Santa Maria di Zevio che vede indagati due minorenni del posto, uno di 13 e l’altro di 17 anni. Uno «scherzo» che ha ucciso un uomo, l'ultimo di una escalation di atti persecutori iniziati da tempo nei suoi confronti: insulti, dispetti, attacchi fisici. Una questione sociale, come spesso si tendono a definire episodi di violenza con protagonisti i ragazzini? O c'è dell'altro? «Questi atti fanno pensare a un mix di elementi», ammette Ruggeri, «anche se per capire quanto siano classificabili come sociologici o quanto, invece, siano una fase “preparatoria“ di un malessere psichico, lo si può dire solo avendo in mano la perizia. Ma se è vero che questi giovani non si rendevano conto della gravità dei loro gesti, si apre un grande tema: l'educazione emotiva nell'adolescenza». «Gli studi più recenti», spiega, «rilevano nei pazienti che sviluppano un disturbo psichiatrico vero e proprio un disagio che spesso è iniziato, anche se non intercettato, molti anni prima. Per questo nell’ambito della salute mentale siamo sempre più orientati verso il dare importanza alla prevenzione a partire dalla preadolescenza, per dare strumenti concreti per la gestione delle emozioni e dei conflitti di identità con cui i ragazzi hanno a che fare». Perché «avere maggior conoscenza di se stessi può consentire di affrontare in maniera costruttiva le fasi difficili dell’adolescenza». In questo senso l'università e l'azienda ospedaliera sono prossime «all'avvio di una iniziativa sperimentale che coinvolga scuola e famiglie sin dalla prima infanzia, anche durante la gravidanza e nel periodo immediatamente successivo al parto, per aiutare a sviluppare una genitorialità più solida. Da qui, poi, aprire spazi di intervento più approfondito in un'ottica multidisciplinare». Si tratterebbe di «un insieme di interventi specifici basati sulle conoscenze scientifiche», conclude Ruggeri, «che potrebbero essere un salto di qualità per il benessere psichico di tutta la popolazione. E al di là del giudizio sulla situazione dei due minorenni di Zevio, questi eventi stimolano a muoversi rapidamente verso questa direzione». • L. PER.

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