Il delitto del 2001 a Veronetta

Omicidio Schiesaro
Il Dna incastra
l'assassino

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Omicidio risolto col Dna

Rischiava di diventare un cold case. Rischiava ma l’accusa di omicidio non si prescrive mai e gli elementi vengono periodicamente analizzati dagli investigatori. Come nel caso della morte atroce di Antonio Schiesaro, trafitto più volte da un oggetto appuntito, una forbice, all’interno del suo appartamento in via don Nicola Mazza, a Veronetta, la notte tra il 28 e il 29 maggio 2001.

 

E con l’accusa di omicidio volontario da alcuni giorni un sessantenne rumeno è in carcere a Regina Coeli, a Roma. All’epoca dell’omicidio aveva 45 anni, un uomo dal passato violento che ha vissuto di espedienti, che se non avesse quasi ucciso la compagna non sarebbe stato arrestato e il suo Dna non sarebbe stato inserito nel terminale. Quello consultabile nella Banca dati nazionale del servizio per il sistema informativo interforze. Il prelievo di un campione salivare effettuato nel 2015 al momento dell’ingresso in carcere dell’indagato emerse che combaciava con quello trovato sulla scena del delitto e genericamente indicato come «soggetto 2» ma rimasto fino al gennaio di quest’anno senza un nome ma soprattutto senza un riscontro.

 

Dati raccolti dalla Squadra Mobile scaligera e sottoposti al vaglio del sostituto procuratore Marco Zenatelli che alla luce dei riscontri ha chiesto, e ottenuto, l’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice per le indagini preliminari Luciano Gorra. Ordinanza eseguita alcuni giorni fa, nella Capitale dove l’uomo vive, senza una dimora fissa, sotto le scale di attraversamento pedonale della stazione della metropolitana Lido Nord.

 

IL CRIMINE. Un delitto efferato, la vittima venne colpita al collo e poi in diverse parti del corpo con una violenza inaudita, aveva tentato di difendersi (teneva a portata di mano due coltellini perché un mese prima era stato rapinato) ma contro la prestanza del suo aggressore nulla aveva potuto. Antonio Schiesaro aveva settant’anni, ogni tanto ospitava qualcuno, cenava in compagnia. Ogni tanto andava in stazione porta Nuova dove all’epoca stazionavano diversi stranieri, in quegli anni erano in molti e la vittima era conosciuta perché andava a far due chiacchiere con alcuni conoscenti che lavoravano in stazione.

 

IL SOSPETTATO. Il sessantenne rumeno, come dissero alcuni testimoni diciannove anni fa, frequentava i giardini della stazione e dopo il delitto si era rasato a zero, probabilmente per cercare di non essere riconosciuto (portava i capelli raccolti in una coda) e poi era scomparso. Ma è un uomo violento, cinque anni fa, accecato dalla gelosia, dopo una lite banale aveva preso a pugni la compagna impedendole di andare a lavorare, aveva scagliato il cellulare della donna per strada per impedirle di avvisare il datore di lavoro. Ma la reazione violenta non era conclusa, l’aveva trascinata per i capelli continuando a colpirla e infine l’aveva cosparsa di alcol e le aveva dato fuoco. Poi si era totalmente disinteressato a lei, non aveva nemmeno cercato di soccorrerla.

Lei era riuscita a ripararsi il volto ma aveva ustioni gravi sul resto del corpo, la polizia era intervenuta, salvandola, e agli agenti lei aveva raccontato che lui era particolarmente violento e che più volte le aveva detto che se lei lo avesse lasciato lui l’avrebbe ammazzata. Arrestato in flagranza e portato in carcere in quell’occasione che gli venne prelevato il Dna: quel profilo che combacia con quello del «soggetto 2» che era nella casa di Schiesaro, su un asciugamano, sulla carta che avvolgeva un coltello e su una delle lame che la vittima aveva usato per difendersi.

Fabiana Marcolini

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