Il caso a Nogara

Morto andando a ritirare la ricetta, condannata la guardia medica che non aveva allertato il 118

Un'ambulanza del 118 (foto archivio)
Un'ambulanza del 118 (foto archivio)
Un'ambulanza del 118 (foto archivio)
Un'ambulanza del 118 (foto archivio)

La notte di Capodanno di tre anni fa telefonò prima il 118 che, come da protocollo, girò la chiamata al medico di base, Edward Koroma, quella notte in servizio di Guardia Medica a Nogara. Arnolfo Volponi aveva 70 anni, disse che respirava male da quattro giorni ma che quella notte stava peggio.
L’anziano venne ritrovato dai carabinieri di Nogara a terra alle 3.30, a un centinaio di metri dall’ambulatorio: il medico gli aveva detto di andare a prendersi la ricetta per uno sciroppo, Volponi aveva protestato dicendo che era lontano ma il consiglio rimase lo stesso. Salì in bicicletta per percorrere i tre chilometri che distavano da casa alla guardia medica. Ma morì per strada.
Due le accuse mosse al dottor Koroma dal sostituto Alberto Sergi: morte come evento non voluto ma conseguenza di un altro reato e omissione di atti d’ufficio, due anni e otto mesi la condanna inflitta ieri dal giudice dell’udienza preliminare Paola Vacca al professionista, difeso da Giacomo Piazzi e Deni De Marchi, al termine del processo celebrato con rito abbreviato.

La difesa ha sostenuto che il medico non aveva l’obbligo di approfondire i sintomi perché il caso era già stato valutato dall’operatore del 118 come non grave.
Un’affermazione non condivisa dal gup che sottolinea: «È un medico con una specifica competenza professionale, inoltre a lui il Volponi esponeva chiaramente di avere difficoltà respiratorie. Il fatto che il medico abbia deciso di ignorare quanto gli diceva il paziente è stato un errore. Ha deciso consapevolmente e deliberatamente di non tenere conto di quanto gli veniva detto».
E gli diede quindi il consiglio che il magistrato definisce «dissennato» di recarsi in ambulatorio.
Secondo il gup il dottor Koroma aveva la possibilità, dopo aver parlato con il paziente, di allertare il 118 «facendo presente una propria diagnosi ben diversa e più grave della precedente». 


«Faccio fatica a respirare» è per la dottoressa Vacca l’affermazione che andava approfondita. «In buona sostanza il comportamento dell’imputato è stato caratterizzato da gravi errori consistiti nella omessa valutazione del grave sintomo e nell’omesso approfondimento anamnestico di tale sintomo, indicativo di una compromissione della funzione respiratoria». In sintesi, «doveva riqualificare il caso e riattivare il Suem».
Il signor Volponi morì, come accertò l’autopsia, in seguito ad una «aritmia cardiaca in corso di scompenso cardiaco in soggetto affetto da cardiopatia ischemica cronica postinfartuale», e come sottolineò il consulente del pm «se fosse stato prontamente sottoposto a visita medica si sarebbero rilevati i sintomi e i segni clinici dello scompenso cardiaco per cui si sarebbe proceduto all’immediata ospedalizzazione».


La seconda contestazione, l’omissione di atti d’ufficio si è concretizzata nella «deliberata omissione dei necessari approfondimenti» dopo quello che gli aveva riferito il paziente. E il gup, concludendo, sottolinea che se anche non poteva spostarsi dall’ambulatorio avrebbe dovuto attivare l’intervento al domicilio. Si è trattato di omissioni che «hanno determinato con elevatissimo grado di probabilità la morte prematura di Volponi». «Condotta deliberatamente negligente» e non ha concesso le attenuanti generiche: due anni e 8 mesi.

Fabiana Marcolini