L'assassino di Chiara Ugolini

«Mi vergogno per quello che ho fatto. Scusatemi tutti»: Impellizzeri aveva pianificato il suicidio

Il carcere di Montorio
Il carcere di Montorio
Il carcere di Montorio
Il carcere di Montorio

Ha aspettato che l’agente del turno di notte passasse nel lungo corridoio in cui, una di fronte all’altra ci sono una quindicina di celle. Le luci notturne, seppur fioche erano accese. Fuori non c’era ancora la luce del giorno.
Aveva già deciso di uccidersi Emanuele Impellizzeri, 38 anni, detenuto nella casa circondariale di Montorio da venerdì scorso, dopo essere stato rinchiuso temporaneamente in un carcere toscano. Era stato arrestato per l’omicidio, aggravato dalla crudeltà, di Chiara Ugolini, 27 anni, sua vicina di casa, nel palazzo di Calmasino. Una fuga breve, quella dell’uomo, che dopo aver commesso il delitto era salito in sella alla sua moto per evitare l’arresto.
«Mi vergogno per quello che ho fatto. Chiedo scusa ai familiari di Chiara. Chiedo scusa a mia figlia ed alla mia compagna. Scusatemi tutti».
Poi il detenuto, che era ristretto in una cella del braccio vicino all’infermeria, ha tirato fuori quella fettuccia di lenzuolo che era riuscito a strappare qualche ora prima, l’ha agganciata ad una delle inferriate della cella e si è appeso. Bastano un paio di minuti per svenire per la mancanza di ossigeno. Cinque per morire.
Quando l’agente è tornato sui suoi passi per l’ennesimo controllo, ha visto l’uomo che penzolava in cella. È intervenuto subito, ha chiamato altri colleghi in ausilio, ma per Impellizzeri era troppo tardi.
Il detenuto era in isolamento in attesa dell’esito del tampone molecolare. Il Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, quando ha acconsentito al suo trasferimento a Verona, non aveva dato indicazioni particolari sul detenuto. Non era stata ravvisata la necessità di sorvegliarlo a vista. Era lucido, seppur con sbalzi d’umore. Ha chiesto più volte notizie della sua famiglia e dello stato di salute della figlia.
Il biglietto d’addio lo ha scritto ore prima di commettere il gesto. La sua ultima notte era stata tranquilla, in attesa di compiere quello che aveva deciso che avrebbe fatto.
Ora la procura aprirà un fascicolo per questo avvenimento, ma si tratta di un atto dovuto.
«Mi sento di poter affermare che da parte nostra non ci sono state mancanze», spiega Donato Capece, segretario generale del Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria, «il collega ha fatto tutti i passaggi previsti durante il servizio. In carcere ci sono le telecamere a tutela del personale, ma sono nei luoghi comuni, non nelle celle perchè violerebbero la privacy dei detenuti. Il collega di turno ha fatto i passaggi che doveva fare, e purtroppo il detenuto ha, presumibilmente, agito non appena il collega è passato». Conclude Capece: «Ogni anno sono circa una cinquantina i detenuti che si tolgono la vita in cella, e ce ne sono circa 1.500 invece che vengono salvati dalla polizia penitenziaria. È anche questo un dato che è importante rendere noto».
A dare la notizia della morte di Impellizzeri era stato un altro sindacalista, il segretario nazionale della Uilpa polizia Penitenziaria, Gennarino De Fazio. La scoperta del suicidio risale alle 5.30 di ieri mattina.
 

L’AUTOPSIA

Impellizzeri si è portato nela tomba il movente dell’omicidio di Chiara. Dettaglio che poteva essere utile soltanto per la sua strategia difensiva, intendiamoci. Intanto si è appreso che la giovane oltre ad alcuni politruami aveva un edema polmonare, provocato da uno schiacciamento, da un soffocamento? La causa certa della sua morte resta ancora sospesa, in attesa della relazione del medico legale.

Alessandra Vaccari

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