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10.10.2019

La vedova di Turazza
«Trieste, ho rivissuto
il mio dolore»

Debora Turrini Turazza e il luogo in cui vennero uccisi i poliziotti Davide Turazza e Giuseppe Cimarrusti nel febbraio 2005
Debora Turrini Turazza e il luogo in cui vennero uccisi i poliziotti Davide Turazza e Giuseppe Cimarrusti nel febbraio 2005

Sono passati 14 anni da quando Davide Turazza, 36 anni venne ucciso alla Croce Bianca, assieme al collega Giuseppe Cimarrusti, 26. Un dramma che la famiglia Turazza aveva già vissuto con l’omicidio del fratello di Davide, Massimiliano, poliziotto pure lui, freddato sotto casa, a Fumane, da dei delinquenti nell’ottobre 1994.

Giuseppe e Davide quel 21 febbraio 2005, erano insieme per il turno di Volante. Si fermarono perchè videro un’auto posteggiata male, a ridosso di una cancellata. E vi fu una carneficina. Morirono i due poliziotti, morì la donna ucraina che era con il killer, Galyna Shafranek, morì il killer Andrea Arrigoni che le aveva sparato poco prima dell’arrivo della Volante.

 

Stasera a «Diretta Verona» (ore 21.15 su Telearena) verrà trasmessa un’intervista a Debora Turrini, la vedova di Davide Turazza, mamma di Lara, che sta finendo le superiori e Nicol Turazza, che ha seguito le orme del padre ed ora è in polizia, di stanza a Padova. Vi diamo un’anticipazione delle sue riflessioni.

 

Come non pensare ai nostri agenti uccisi nel febbraio 2005 dopo quanto accaduto a Trieste?

Quando ho sentito la notizia dell’uccisione dei due poliziotti mi si sono sovrapposte le immagini, e quei volti così simili a quelli di Davide e Giuseppe, come fossero ancora loro. Sono tornata indietro a quella notte. Ho pensato alle loro famiglie. Mi sembrava di vedere loro due, anche nelle foto divulgate. Una somiglianza fisica direi.

Quei fatti cambiarono per sempre la sua vita.

La mia e quella delle mie bambine che all’epoca erano piccole, troppo piccole per un dolore così grande. Ora Nicole fa la poliziotta. È stata una sua scelta che io ho appoggiato. È giusto che lei si faccia la sua vita come crede, per me, da mamma, ricomincia l’ansia di saperla in divisa.

Dopo la morte di suo marito lei era stata a Roma per chiedere maggiori protezioni per gli agenti.

I famosi giubbotti a pelle. Sono passati 14 anni, ma nulla è cambiato. Mancano sempre i soldi per dotare i poliziotti di maggiori protezioni. Adesso sono arrivati in dotazione i nuovi gradi, mi domando se quel denaro non potesse essere meglio utilizzato.

Dopo la morte di suo marito, lei disse che per lo Stato valeva più da morto che da vivo.

È così purtroppo. Si preferisce pagare le pensioni alle vedove anzichè investire sulla sicurezza di questi uomini e di queste donne.

Se Davide avesse avuto il giubbotto si sarebbe salvato?

Il colpo letale per lui fu al collo, ma se avesse avuto il giubbotto forse non avrebbe preso gli altri colpi che poi hanno permesso all’assassino di centrarlo al collo. Non lo so, ma di certo i giubbotti a pelle possono essere indossati sempre, senza dare fastidio anche quando si sta seduti in auto.

In polizia spesso si dice, amaramente, meglio un bel funerale che un brutto processo.

Loro prima di fare qualsiasi azione devono chiedere il permesso, hanno pistole per ferire, non per uccidere. Dall’altra parte c’è chi è pronto ad ucciderli senza chiedere permesso. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Alessandra Vaccari
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