L'agenzia statunitense sul Baricitinib

La Fda conferma lo studio veronese sull'efficacia del farmaco anti Covid

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La presentazione dello studio sul Baricitinib ad agosto, a destra Oliviero Olivieri
La presentazione dello studio sul Baricitinib ad agosto, a destra Oliviero Olivieri

La FDA, Agenzia per gli alimenti e i medicinali statunitense, ha autorizzato l’uso del Baricitinib, medicinale già impiegato per la cura dell’artrite reumatoide, sui pazienti affetti dalle forme più gravi di Covid-19, in combinazione con il Remdesivir. Il farmaco è stato approvato come “urgenza”, in assenza di terapie pienamente valide, basandosi sui risultati dello studio Adaptive COVID-19 Treatment Trial (ACTT-2), coordinato dal National Institute of Allergy and Infectious Diseases su una popolazione di 1.000 pazienti con polmonite da Covid-19. Lo studio clinico statunitense di fatto confermava su un numero molto più grande di malati lo studio veronese coordinato dall’Immunologia diretta da Vincenzo Bronte e dalla Medicina Interna diretta da Oliviero Olivieri e con Claudio Lunardi, in collaborazione con l’ospedale “Pederzoli” di Peschiera del Garda sull’utilizzo di Baricitinib, medicinale già impiegato per la cura dell’artrite reumatoide ed usato in modo “off-label” per lo studio nei pazienti affetti da Covid-19, in combinazione con il Remdesivir.

Il lavoro, pubblicato sul prestigioso «Journal of Clinical Investigation», forniva la dimostrazione che i pazienti trattati con Baricitinib mostrano una marcata riduzione dei livelli sierici delle “temibili” citochine infiammatorie mentre i linfociti T e B circolanti ritornano alla norma ed il titolo anticorpale contro il virus si alza. In altri termini, il farmaco ripristina la capacità difensiva del sistema immunitario danneggiata dal Covid. Tutto questo è associato non solo ad una riduzione del fabbisogno di ossigeno per i pazienti e quindi ad un miglioramento clinico della polmonite, ma anche ad un effetto sulla sopravvivenza dei pazienti.

«L’ateneo di Verona per primo ha messo in evidenza il meccanismo con cui agisce il farmaco sui malati», spiega Olivieri, «serviva che i nostri dati clinici fossero confermati con studi più ampi, cosa che ora è avvenuta. I risultati attesi sono quindi l’accorciamento dei tempi di degenza con relativa decongestione degli ospedali per più rapido turnover dei pazienti (la cosa più necessaria in questo momento), la riduzione del tasso di mortalità, la riduzione della proporzione di soggetti che debbono essere intubati in terapia intensiva».