L'editoriale - Francesco e la laicità dei buoni pensieri

A sinistra Papa Francesco mentre scrive il messaggio ai veronesi e il direttore de L’Arena Massimo Mamoli. A destra la firma del Papa sulla copia de L'Arena dedicata alla sua elezione nel 2013
A sinistra Papa Francesco mentre scrive il messaggio ai veronesi e il direttore de L’Arena Massimo Mamoli. A destra la firma del Papa sulla copia de L'Arena dedicata alla sua elezione nel 2013
A sinistra Papa Francesco mentre scrive il messaggio ai veronesi e il direttore de L’Arena Massimo Mamoli. A destra la firma del Papa sulla copia de L'Arena dedicata alla sua elezione nel 2013
A sinistra Papa Francesco mentre scrive il messaggio ai veronesi e il direttore de L’Arena Massimo Mamoli. A destra la firma del Papa sulla copia de L'Arena dedicata alla sua elezione nel 2013

 

 

di Massimo Mamoli

 

Se qualcuno non prega, o non può pregare... mi mandi buoni pensieri». Il messaggio che a Santa Marta papa Francesco ci ha consegnato per tutti «i veronesi» è l’«augurio fraterno» di un Natale che non distingue tra credenti e non credenti. E che pone nella sua linearità evocativa tre elementi.

La «fraternità», algoritmo collante non solo etico ma politico. Una sostanza valoriale che dobbiamo ripescare dal recinto riduttivo in cui è stato confinato dalla storia. Un principio che nelle moderne democrazie dovrebbe essere un faro laico, che dopo il tempo dei lumi e della Rivoluzione francese appariva sullo stesso piano della libertà e dell’uguaglianza. Ma che poi la civiltà europea ha rimosso dalle discussioni pubbliche. Fraternità come fattore non di resilienza, ma di resistenza alle forme di egoismo, perché è di fronte alla sofferenza che si misura il coefficiente di civiltà di un popolo.

Perché, come ribadito di recente dal filosofo non credente ma che il mondo cattolico ha qualificato come «teo-pro», in antitesi ai teo-con, Slavoj Žižek, «non ci salviamo da soli». Siamo tutti collegati, umanamente interconnessi, e per uscire dalla crisi dobbiamo farlo insieme. E questa non è solo una questione di responsabilità condivisa, è una questione di giustizia. Di rispetto dell’equità e dei diritti collettivi rispetto al perimetro individuale.

E qui si sviluppa il secondo fronte. Quel messaggio aperto e inclusivo, rivolto a tutti, racchiuso nell’appello secolare «mandate buoni pensieri». Un concetto apparentemente semplice ma che sottende la composizione delle diversità in ogni livello in cui sono intercettate: coscienza, fede, ragione, radice culturale. Un percorso caro al Papa, la tensione «polare» degli opposti, che si richiama al veronese Romano Guardini. Durante l’incontro privato a Santa Marta Bergoglio ci ha raccontato l’amore per questo grande filosofo e teologo, nato nel 1885 in riva all’Adige, a cui avrebbe voluto dedicare la sua tesi di dottorato (poi non conclusa). Lo ha citato otto volte nell’enciclica Laudato si’, in cui riprende concetti de «La fine dell’epoca moderna», il libro in cui il pensatore scandaglia il rapporto tra morale e politica. Per Guardini le opposizioni aiutano. Le tensioni fra poli diversi, infatti, non vanno necessariamente risolte e omologate, bensì accolte.

Anche il nostro giornale, ci ha detto il Papa, può essere il luogo dove le diverse sensibilità presenti a Verona vengono accolte, dove possono trovare casa ed espressione, ognuna con le proprie caratteristiche e peculiarità.

 

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Terzo e ultimo elemento che papa Francesco sottolinea nel messaggio, e che ha ribadito nel nostro incontro, è l’«eroicità» di ogni giorno. È la cifra di tutto quell’ampio fronte di persone che quotidianamente esercita pazienza e infonde speranza, e che opera per «non seminare panico ma corresponsabilità». Che ha le braccia e il cuore di tante madri, padri, nonne e nonni, medici, infermieri e insegnanti che vivono di impegno e fatica e la traducono in fiducia. E in questo mostrano solo alcune delle tante qualità della nostra comunità. Lo spirito veronese, quello vero.

E come giornale noi continueremo, quando l’emergenza sarà finita, a diffondere la cultura della cura e della manutenzione della nostra casa comune. Perché questo non è il tempo dell’indifferenza, non è il tempo delle divisioni, non è il tempo della dimenticanza. Parole che in questa «guerra» devono risuonare come armi. Per combatterla. Per non lasciare nessuno indietro.

L’Arena, con i suoi oltre centocinquant’anni di storia, che è memoria e solco per il futuro, crocevia di un’identità laica e civile, si fa in questo portatrice di buoni pensieri, di buone pratiche. Il luogo dell’incontro vitale tra laici e cattolici, credenti e non credenti. Che si pone nel punto geografico della ragione e della tolleranza. Della fiducia, della consapevolezza. Forte dell’identità di chi la legge. Verticale, nell’ambizione di avere, comunque, lo sguardo puntato verso l’alto. Qualunque cosa in senso assoluto rappresenti per ogni singola aspirazione, convinzione, tormentata ricerca. Perché, come diceva il cardinale Carlo Maria Martini, «non dobbiamo domandarci se siamo credenti o non credenti, ma pensanti o non pensanti».