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24.06.2020 Tags: Verona

«Il mio bimbo non ha preso il batterio a San Bonifacio»

L’Ospedale della donna e del bambino, a Borgo Trento
L’Ospedale della donna e del bambino, a Borgo Trento

«Ma perchè non raccontano la verità? Perchè devo assistere a questo scaricabarile di responsabilità? In mezzo c’è un bambino di 1 anno gravemente danneggiato, c’è una famiglia distrutta, c’è un passeggino “speciale“ appena comperato che costa 5mila euro, ci sono stati tre interventi al cervello e a breve ce ne sarà un quarto, c’è la fisioterapia tutti i giorni... in mezzo c’è la vita di mio figlio che non sarà mai “normale“ ma che poteva esserlo. E’ nato un anno fa a San Bonifacio di 34 settimane, pesava poco meno di 2 chili, non era un prematuro grave tanto che l’ho messo al mondo in un ospedale senza la rianimazione neonatale proprio perchè la gravidanza era regolare e lo sviluppo della creatura pure». E continua: «Il mio bimbo ha contratto una infezione dopo tre giorni dalla nascita, è vero, nella maternità del Fracastoro, ma non era Citrobacter, e per onore della verità voglio dirlo chiaramente perchè sentire adesso, nel mezzo della bufera in cui è finito l’ospedale di Borgo Trento, che mio figlio ci è arrivato dopo essere stato infettato in un’altra struttura, beh, a me questo non va bene». E sospira: «Purtroppo che si sia ammalato da una parte o dell’altra per noi non cambia i fatti, dobbiamo confrontarci ogni secondo con la realtà e con un futuro incerto, buio, pieno di incognite e di dolore; ma cambia molto, nel principio, raccontare come sono andate realmente le cose: non si mistifica la verità, non si gioca sulla pelle di una creatura indifesa e su quanto a noi genitori è stato sempre detto, soprattutto in un momento in cui c’è la magistratura che ha aperto un’inchiesta. Insomma, delle due, l’una: o le bugie me le hanno raccontate un anno fa a San Bonifacio ma non saprei spiegarmi il perchè, o le stanno raccontando adesso perchè ora fa comodo così». C’è da una parte infatti l’Azienda ospedaliera di Verona che scrive, nella relazione inviata al presidente Zaia, che «nel 2019 un neonato è stato trasferito a Borgo Trento da San Bonifacio con un quadro di sepsi con coinvolgimento del sistema nervoso da Citrobacter» e c’è l’Ulss 9 che ribatte di «non aver mai avuto casi positivi al germe». Valentina è la mamma di Jacopo, nato il 13 giugno del 2019 a San Bonifacio. «Il Citrobacter, per come mi è sempre stato riferito», ripete, «l’ha preso a Borgo Trento, dove è arrivato con una meningite. Il batterio killer, quello che ha fatto chiudere il Punto Nascite e i due reparti, il mio bambino l’ha contratto mentre era ricoverato in città. A Verona è arrivato con un quadro di sepsi generale: a San Bonifacio, prima di trasferirlo, gli avevano fatto una coltura risultata negativa al Citrobacter; è stato ricoverato un mese in Tin all’Ospedale della Donna e del Bambino e poi è stato dimesso, ancora senza diagnosi di Citrobacter». Continua Valentina: «A casa ad un certo punto Jacopo ha iniziato a stare male, l’abbiamo riportato a Borgo Trento e lì, dopo una serie di indagini, è risultato che aveva questo maledetto batterio. E’ stata una discesa sempre più giù: l’infezione gli ha causato l’idrocefalo, l’hanno operato applicandogli la derivazione, cioè inserendo nella sua testa un tubicino per drenare il liquido ed evitare la pressione intracranica causa di dolori. E’ andato in sala operatoria tre volte e a dicembre ci tornerà per la quarta». Mamma Valentina si mette a nudo: «Ha compiuto un anno il 13 giugno, ora è stabile, piano piano siamo riusciti a farlo mangiare per bocca, senza cioè la peg, muove anche la testina, facciamo tanta riabilitazione per recuperare tutto il possibile, ma non sappiamo cosa ci aspetta, come crescerà, quali altri danni salteranno fuori nel tempo. Per questo», si arrabbia, «non posso assistere al teatrino che sta andando in onda in questi giorni sulla pelle di mio figlio, con i due ospedali che si rimpallano il “caso“ come fosse un burattino, con nessuno di quelli che sanno come sono andate le cose che ha la dignità di raccontarle, dovendo arrivare a farlo io, accettando che la mia vita e il mio dolore finiscano sul giornale per non essere calpestata due volte». Mamma Valentina è offesa, si sente «usata in un gioco», dice, «più grande di me, di Jacopo, della mia famiglia, ma siamo noi le vere vittime, siamo noi quelli che avrebbero diritto di sentire dire la verità e invece ci sentiamo presi in giro. A questo punto chiedo ufficialmente di conoscerla da chi la racconta a tutti ma non a noi: se è diversa da quella che conosciamo, abbiamo diritto di saperlo; se invece stanno con crudeltà giocando sulla vita di mio figlio, mettendo in scena la caccia all’untore, credo che sia uno spettacolo disumano, e ci tengo che si sappia». Valentina è una leonessa, pronta a mettersi in gioco fino in fondo: «Jacopo ha bisogno solo di rispetto per quello che è accaduto, non di diventare il capro espiatorio di ospedali e medici che stanno giocando disonestamente a nascondino sperando che noi ce ne stiamo zitti, incapaci di difenderci». Valentina è piena di rabbia. Dice che i bambini sono sacri, tutti, soprattutto quelli speciali come il suo, e guai ai Ponzio Pilato che vogliono lavarsi le mani per quello che è successo. E’ andata in scena una seconda strage degli innocenti, racconta lasciandosi andare alla commozione. «In mezzo c’è finito anche Jacopo, colpito non una volta dalla prima infezione, non una seconda dal Citrobacter», butta fuori il dolore, «ma mille altre volte ancora quando leggo tra le righe che è ritenuto in qualche modo il colpevole di quello che è accaduto. Sono disgustata». Valentina non ha dubbi: «E’ morta Nina nel 2019, prima di lei nel 2018 un altro bimbo, in marzo di quest’anno ne è volato via un altro, ce ne sono poi 4 con handicap neurologici importanti come Jacopo, Alice e altri. Siamo diventate tutte mamme non solo dei nostri figli ma anche di tutti questi e degli altri che ancora non sono ufficialmente inseriti nell’elenco delle “vittime“ del Citrobacter, perchè sono di più di quello che si dice. Ci siamo unite, ci stiamo aiutando. E siamo forti. I nostri bambini sono sacri», ripete, «guai a chi ce li tocca». •

Camilla Ferro
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