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23.05.2020

Epigrafe romana ripassata e (s)corretta con un pennarello

Mareva De Frenza vicino all'epigrafe (Marchiori)
Mareva De Frenza vicino all'epigrafe (Marchiori)

Racconta, in parole e sigle, un frammento di vita risalente a circa duemila anni fa. Uno spaccato della Verona romana che ritorna attuale, suo malgrado, a causa di mani ignote che maldestramente hanno ripassato l’epigrafe, trasformando una lettera in numero e mettendo a repentaglio uno dei preziosissimi documenti diretti che, all’aperto sui muri della città antica, hanno attraversato i millenni arrivando fino ai giorni nostri. Era nientemeno che il primo secolo dopo Cristo quando tal Lucio Cassio Ianuario incise il proprio nome e poche altre lettere su un’epigrafe quale voto – molto probabilmente – per la sua nuova condizione di schiavo liberato. In origine posizionata all’interno del tempo dedicato al dio Sole, l’epigrafe su pietra calcarea è poi diventata uno dei tasselli della chiesa di San Silvestro, in piazza Arditi, attualmente sede di un istituto di credito.

Dimenticata da secoli dalle migliaia di veronesi che periodicamente ci passano davanti vendendola senza guardarla, l’incisione è tornata attuale pochi giorni fa, una signora, infatti, accortasi dell’epigrafe, l’ha pubblicata su Facebook cercando qualcuno che potesse tradurla e contestualizzarla. Il post è stato visto dalla persona giusta, una delle più qualificate in materia e che su quella e sulle molte altre pietre-monumento della città, ha scritto addirittura un libro.

 

Si tratta di Mareva De Frenza, laureata in epigrafia latina all’ateneo veronese, guida turistica e autrice de «Le pietre raccontano».

«Ho riconosciuto subito la foto eppure c’era qualcosa che non mi tornava. Dopo qualche secondo mi sono accorta che l’incisione era molto più visibile: era stata ripassata con il colore nero. E conteneva un errore madornale», spiega, e svela il significato dello scritto: “Al Sole, Lucio Cassio Ianuario, liberto di Lucio, sciolse il voto meritatamente, lieto il dono diede e dedicò“.

Ipotizziamo dunque che questa sia un’epigrafe di ringraziamento al dio Sole per la nuova condizione di libertà conquistata». Tra l’incisione originale e la sua copia ripassata in nero, però, una «S» è diventata un 8. Queste incisioni sulle pietre che per lo più vengono da necropoli, luoghi di sepoltura, non contengono spesso numeri. Certamente, non numeri arabi come, appunto, l’8.

 

«Mi è preso un accidente. Questi sono documenti diretti preziosissimi e importanti, testimonianze talmente antiche e fragili che è un vero peccato vengano trattate in questo modo», aggiunge la studiosa. Rimane il mistero di chi e perché abbia avuto e messo in atto l’idea di ripassare l’antica scritta. Sono molte le mani che imbrattano muri più e meno storiche della città antica e non solo. In questo caso, però, non si tratta di un disegno, una firma stilizzata, uno scarabocchio ma del tentativo pur maldestro di evidenziare quelle lettere. Originali e spesso poco visibili, di queste epigrafi è ricco il centro storico.

Il più delle volte non le notiamo eppure ogni iscrizione suggerisce una storia della vita quotidiana di Verona romana. Proprio a ridosso di Porta Borsari, ad esempio, c’è un cippo di pietra dedicato a Petronia Tertulla, figlia di Gaio, morta a soli 13 anni. Su quella pietra ora finiscono i bicchieri di spritz. In Rosa invece il ricordo dei Gavi per i 600mila sesterzi che Gavia Massima dispose a favore dell’acquedotto cittadino.

Ilaria Noro
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