Impennata di richieste

Effetto Covid, due veronesi su tre vogliono lo psicologo

Elisa Bianchi Psicologa
Elisa Bianchi Psicologa
Elisa Bianchi Psicologa
Elisa Bianchi Psicologa

I mesi più bui della pandemia avevano fatto registrare una impennata delle richieste di aiuto a psicologi e psicoterapeuti: giovani universitari e adolescenti alle prese con le restrizioni dettate dal Covid, ma anche genitori alla ricerca di un nuovo equilibrio familiare, piuttosto che cittadini che faticavano a gestire la solitudine e la paura del contagio. Ora che gradualmente spariscono le limitazioni, il bisogno di quel tipo di supporto non è venuto meno. Il Covid ha aggiunto un carico da novanta su molte situazioni di ansia, stress e difficoltà personali, al punto che ben due veronesi su tre (il 66 per cento) vorrebbero rivolgersi a uno psicologo per migliorare la propria condizione mentale e gestire certe situazioni complesse. Una percentuale ben più alta della media nazionale, ferma al 56 per cento.

 

Lo evidenzia l’ultima ricerca dell’Osservatorio Reale Mutua sul welfare. Ed è l’ansia la prima ragione che porterebbe i veronesi dallo psicologo, con il 28 per cento degli intervistati che lamenta questo tipo di disagio. Tra le altre esigenze, ci sono nel 15 per cento dei casi i problemi di coppia, causati spesso da un equilibrio stravolto dalle limitazioni imposte dalla pandemia, e poi con la stessa percentuale gli aspetti caratteriali e della personalità, nel 9 per cento dei casi le dinamiche legate all’attività lavorativa e, infine, le situazioni di difficoltà per la salute dei propri cari.

Motivazioni che ha riscontrato negli ultimi tempi anche Elisa Bianchi, psicologa e psicoterapeuta veronese, presidente dell’associazione Psico Go che nei mesi della pandemia, in collaborazione con il Comune di Verona, si è messa a disposizione dei cittadini alle prese con timori, solitudini e disequilibri causati dalla pandemia. «Sia al pronto soccorso psicologico del Comune sia nel mio studio privato sto assistendo a un incremento delle richieste di aiuto», spiega, «a causa di disagi legati ad ansia, problemi di coppia e familiari, spesso anche provocati dalla ripresa dell’attività lavorativa in presenza: dopo tanti mesi di smart working il rientro in ufficio non sempre è facile, sia per i ritmi sia per la necessità di relazionarsi con persone che non sempre si scelgono. È uno stato di fatica che riscontro in un numero crescente di persone».

 

Un dato che emerge anche dalla ricerca dell’Osservatorio Reale Mutua, secondo la quale un veronese su tre vorrebbe che fosse il datore di lavoro a mettere a disposizione lo psicologo come forma di welfare aziendale. Il ritorno alla normalità poi, si sta rivelando più complicato del previsto «con notizie contrastanti che invitano a stare in allerta: questa ambivalenza», spiega Bianchi, «porta talvolta a un disagio meno avvertito dai giovani, più sentito da chi ha superato i trent’anni». Tuttavia per molti lo psicologo resta un tabù: come rivela l’indagine, per il 28 per cento degli intervistati c’è imbarazzo nel rivolgersi a questo professionista, ma c’è anche poca sensibilità al tema (19 per cento) e una certa tendenza a sottovalutare l’importanza della sfera mentale nella propria vita (26 per cento).

Francesca Lorandi

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