L’ANALISI DELLA PANDEMIA A VERONA

Coronavirus, in aprile cifre disastrose: ora ricoveri sotto controllo

Il confronto dei numeri a Verona tra aprile e ottobre 2020
Il confronto dei numeri a Verona tra aprile e ottobre 2020

Dopo la Campania, la Lombardia e il Lazio, è il Veneto la quarta regione d’Italia con il più alto numero di nuovi contagi negli ultimi sette giorni, aumentati in modo esponenziale rispetto alla settimana precedente. E dentro al Veneto, è la provincia di Verona a detenere il triste record di positivi totali, insieme a quello dei decessi che da inizio epidemia sono arrivati ieri, con altre 2 vittime, a 626.

 

Il Coronavirus «parla» veronese più che trevigiano o padovano. Non ha mai smesso di colpire duro in riva all’Adige, neanche nei momenti di maggiore serenità, durante l’estate, quando sbagliando si credeva che il pericolo fosse alle spalle e, se mai fosse tornato, non avrebbe fatto i danni della primavera. Sbagliavamo perché già in agosto la peste stava preparando la nuova ondata tanto che ad inizio settembre, nel reparto di Malattie Infettive del Policlinico, c’erano già otto pazienti ricoverati.

 

Quegli otto, a distanza di un mese, il 4 ottobre, sono diventati 16 di cui due gravi in terapia intensiva, lo stesso è successo negli ospedali della provincia, portando il bilancio complessivo di 32 veronesi con la Sars Cov 2 nei reparti di area non critica e ben 4 in rianimazione. L’andamento attuale della curva veronese conferma così la crescita costante dei casi che sta avvenendo in tutto il Paese.

 

Ma, confrontando i numeri di casa nostra con quelli della grande emergenza di marzo ed aprile, abbiamo ancora a disposizione un margine per evitare di ritrovarci con i Pronto Soccorso in tilt e il riempimento fuori controllo delle rianimazioni. E’ quel vantaggio che se, entro la metà di novembre, sapremo sfruttare per fermare l’impennata di nuovi casi attraverso il senso di responsabilità e le restrizioni di Governo, Regione e Comuni, ci permetterà di gestire questa seconda ondata senza la pressione della prima.

 

Abbiamo riguardato dentro ai bollettini del Veneto per confrontare la peggiore settimana veronese di aprile con quella in corso. Questo per arrivare a dire che l’emergenza di allora, con numeri di «attualmente positivi» poco più alti di oggi, è ancora lontana se si analizzano i ricoveri. Sono quelli, spiegano i medici, a indicare se la pandemia mette in ginocchio la sanità o se si riesce a gestirla senza andare in crash. E’ il tasso di ospedalizzazione e, più nel dettaglio, di malati gravi da intubare a fare la differenza rispetto al totale dei casi. E al momento ci troviamo nella situazione in cui la percentuale di pazienti Covid attaccati al respiratore è sotto al 10% della disponibilità totale dei letti: se arrivano al 30%, il sistema non regge più. Bisogna quindi fermare subito la crescita dell’infezione e cristallizzarla nelle percentuali attuali.

 

Tra l’1 e l’8 aprile a Verona ogni giorno c’erano circa 600 persone ricoverate di cui oltre 100 in rianimazione: dal 16 al 23 ottobre, a fronte ad una media di circa 2mila positivi, negli ospedali ce ne sono da 68 ad un massimo di 117 con «solo» 18 - è il numero più alto - bisognosi di alta intensità di cure cioè di ventilazione polmonare.

 

La buona notizia, quindi, a fronte di numeri che salgono ogni 24 ore a colpi di centinaia, è che nei reparti dedicati alla cura degli infetti Covid la capacità di assistenza è al momento sotto controllo: bisogna evitare, lo spiegano ogni giorno i medici, che si vada a tassi di occupazione delle rianimazioni oltre il 30 per cento dei letti disponibili. A che punto siamo? La fotografia nazionale dice che dal primo ottobre i ricoverati sono quasi 300 nelle rianimazioni e oltre 3mila negli altri: i valori sono cresciuti per la seconda settimana di fila a un ritmo del 15 per cento. Rispetto al numero totale dei nuovi contagi sono numeri in proporzione ancora inferiori rispetto a quelli registrati nella prima fase dell’epidemia.

 

I motivi principali sono che ora scopriamo più contagiati (compresi i pericolosissimi asintomatici) e quindi la parte di quelli con quadri clinici gravi o gravissimi diminuisce; la seconda è che l’età media dei positivi è più bassa rispetto a sette mesi fa e di conseguenza meno persone infettate hanno bisogno di essere ricoverate. Nella tabella, quindi, guardando oggettivamente alla situazione nella nostra provincia, dati alla mano, è capibile che il vantaggio che possiamo sfruttare rispetto ad aprile è proprio quello delle ospedalizzazioni ancora «nella norma».

 

Se il biostatistico veronese Massimo Guerriero l’altro giorno ha lanciato l’allarme spiegando che per le prossime settimane è doveroso alzare il livello di allerta per fermare l’impennata della curva, significa che di tempo da perdere per non essere travolti nuovamente dal virus non ce n’è più. Anche perché se arriviamo ai livelli di malati gravi negli ospedali della primavera, stavolta la battaglia sarà inevitabilmente più dura, per una serie di motivi. Il primo è che abbiamo davanti sette mesi di attacco, e non più tre come è stato nella prima ondata. Il secondo è che, stavolta, andiamo verso il freddo e non verso il caldo. Il terzo è che tra dicembre e gennaio si aggiungerà anche l’influenza, alleata più del Covid che nostra, che non mancherà di inasprire la situazione soprattutto se non si arriverà ad una copertura vaccinale del 75% della popolazione. In più, ultimo ma forse più importante, sette mesi di lavoro per il personale sanitario già provato e demotivato dal primo round, con responsabilità e carichi di lavoro alla lunga insostenibili causa mancanza di personale, hanno un peso specifico che farà la differenza. Valgono come un carico quando si gioca a briscola. 

 

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Camilla Ferro