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20.03.2020

«Tutti temiamo il contagio E reinventiamo il lavoro»

Da ieri sera palazzo Barbieri si illumina col Tricolore. Sulla facciata, da una parte la scritta “Verona è forte” e dall’altra “Ce la faremo”. Il sindaco Sboarina: «Dalla piazza emblema di Verona nel mondo, si accende il messaggio positivo. Le parole che ho scelto sono quelle in cui credo veramente. So che sarà così, rimaniamo tutti uniti, stiamo virtualmente insieme nei colori della nostra bandiera» FOTO MARCHIORI
Da ieri sera palazzo Barbieri si illumina col Tricolore. Sulla facciata, da una parte la scritta “Verona è forte” e dall’altra “Ce la faremo”. Il sindaco Sboarina: «Dalla piazza emblema di Verona nel mondo, si accende il messaggio positivo. Le parole che ho scelto sono quelle in cui credo veramente. So che sarà così, rimaniamo tutti uniti, stiamo virtualmente insieme nei colori della nostra bandiera» FOTO MARCHIORI

Alessandra Vaccari La chiamata, la preparazione con la tuta, i calzari la visiera, la mascherina, i doppi guanti. E poi via verso l'abitazione della persona che si sospetta possa essere positiva al Coronavirus. Ogni giorno, decine di volte al giorno, gli infermieri vanno a prendere le persone per portarle in ospedale. Un lavoro, quello dell'infermiere, che mai come in questi giorni è ancora più un lavoro da trincea. Un carico emotivo anche per chi indossa la divisa sanitaria, che giorno dopo giorno diventa sempre più pesante. Marina Vanzetta è coordinatrice di altri 20 colleghi in un ospedale veronese. Anche lei sale in ambulanza e va a soccorrere le persone. «La paura quando usciamo c’è in tutti», dice Vanzetta, che fa parte della Federazione delle professioni infermieristiche, ed è una coordinatrice, «in noi operatori che temiamo di essere contagiati e nelle persone che andiamo a prendere a casa. Quando ti vedono arrivare, bardati come siamo, quelli non gravi ci dicono “mio Dio sembra di essere in un film“. In un brutto film in effetti. E chi viene portato in ospedale non può avere nemmeno il conforto dei parenti. Perché bisogna dire loro di stare a casa, di non recarsi nemmeno al pronto soccorso. Se una persona è positiva poi viene messa in isolamento e anche lì non potrà vedere i propri parenti. Se poi dovesse essere messa in rianimazione l'isolamento è ancora peggiore», spiega Vanzetta. In questi giorni tutti sentiamo passare ambulanze. Prima il rumore delle sirene si confondeva con tutti gli altri rumori della nostra quotidianità. Oggi quell’ululare mette tutti ancor più in agitazione. «È logico che in questo periodo ogni volta che si sente la sirena di un ambulanza si pensi, ecco un'altra persona ammalata di Coronavirus che va in ospedale. Quello che possiamo dire noi infermieri è che stiamo facendo tutto quello che possiamo, che all'interno di tutti gli ospedali veronesi c'è una grande flessibilità e il personale viene distaccato a seconda della necessità. Ogni giorno è un giorno nuovo, ogni giorno ci si deve inventare qualcosa di diverso perché quello che andava bene al mattino al pomeriggio non va più bene. Il nostro lavoro è in continua evoluzione, un’emergenza continua, un continuo modificare, rimodulare. Dobbiamo continuare a curare pazienti contagiati e dobbiamo garantire a quelli che non lo sono, le cure». Continua Vanzetta: «Quello che possiamo dire noi infermieri è che stiamo facendo tutto quello che possiamo. All'interno di tutti gli ospedali veronesi c'è una grande flessibilità e il personale viene distaccato secondo della necessità . Ogni giorno è un giorno nuovo, ogni giorno ci si deve inventare qualcosa di diverso perché quello che andava bene al mattino al pomeriggio non funziona più, dobbiamo continuare a curare pazienti contagiati e dobbiamo garantire a quelli che non lo sono, le cure . È un periodo davvero stressante faticoso spero che finita l'emergenza ci si renda conto delle importanza che hanno infermieri. Adesso è il momento del fare dell’agire, poi ci sarà il tempo della riflessione. Noi stiamo pagando carissimo i tagli che sono stati fatti in passato alla sanità pubblica che è il bene primario». Nonostante tutto, Vanzetta è ancora convinta della scelta di questo lavoro, anche adesso che con tanti colleghi è stremata: «Ho scelto il lavoro più bello del mondo. Lo debbo a mia nonna che si era ammalata ed io avevo paura ad avvicinarmi al suo letto d’ospedale, ma mia mamma mi portava. E quando sono riuscita a tenerle la mano, che ho sentito quanto fosse importante quel contatto, ho capito che da grande avrei voluto fare l’infermiera. Anzi, essere, un’infermiera». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

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