Green pass

È boom di tamponi, +30% in farmacie e gazebo. Rabbia in fila: «È un ricatto, ma non ci piegheranno»

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Coda per i tamponi alla farmacia Castelvecchio (Marchiori)
Coda per i tamponi alla farmacia Castelvecchio (Marchiori)
Coda per i tamponi alla farmacia Castelvecchio (Marchiori)
Coda per i tamponi alla farmacia Castelvecchio (Marchiori)

Impauriti. Confusi. E contrari «tutta la vita». Ecco le tre categorie di veronesi non-vaccinati che ieri mattina, già di buon’ora, stavano in coda davanti alla farmacie o ai Centri Tamponi per fare il test rapido e ottenere il Green pass obbligatorio dal 15 ottobre. Serve per lavorare, per viaggiare, per andare al ristorante, al cinema, a teatro.

«Serve praticamente per tutto, in una parola per vivere. Ed è un ricatto bello e buono», protestavano i più in fila al drive-in di via Pasteur o in via Mameli davanti al gazebo della farmacia Padovani, «ma se pensano di piegarci con questi mezzucci si sbagliano: vogliono ogni 48 ore il certificato che siamo senza Covid? E ogni 48 ore lo avranno, anche se questo per noi significa rimetterci soldi, tempo e tanta, tanta serenità. Non è con la dittatura sanitaria che si risolvono i problemi, anzi, così ne creano altri, e ben più pesanti». E poi: «L’Italia è l’unico Paese ad imporre questa schifezza, come al solito quelli che stanno a Roma non si sono voluti prendere la responsabilità di rendere obbligatorio il vaccino, lavandosene le mani alla Pilato, perché sanno bene che è rischioso imporlo dato che è un farmaco commercializzato dopo solo un anno di ricerca: meglio quindi trovare un escamotage, che è appunto il Green Pass, che li mette al riparo da rischi e rogne legali».

Paura, quindi, scarse e poco chiare informazioni, dubbi e visioni complottistiche. «La mia è una scelta consapevole, io non voglio farmi inoculare un antidoto», ha spiegato Giuseppe, «di cui non si conoscono gli effetti a lungo termine vedendo che per qualcuno, purtroppo, già nell’immediato ha creato danni». «Bisogna leggere, informarsi, non ascoltare quello che vogliono farci credere, sentire altre campane», interviene Ivana, «io ho approfondito e sono arrivata ad avere più paura del vaccino che del Covid. Sono qui a fare il tampone perché devo entrare in ospedale ad assistere mio figlio, reduce da un intervento. Lui ha voluto vaccinarsi e non lo critico per questo. Vorrei la stessa comprensione per me e per chi, come me, ha scelto l’altra strada».

Poi c’è Clara, che «per principio» ha deciso di non sottoporsi alla profilassi: «Ho fatto il Covid, ho gli anticorpi alti, perché devo mettermi in corpo Pfizer piuttosto che Moderna, se sono di mio già protetta dal virus? Non lo capisco, mi sembra una follia, per questo sono qui a tamponarmi, perché non accetto una imposizione che nel mio caso trovo assurda e del tutto inutile, o no? Devo lavorare, se per farlo serve il test rapido, va bene, lo faccio, sperando che con il 31 dicembre finisca l’emergenza e tutta questa assurdità». E poi Claudia: «Il Coronavirus ha una mortalità dello 0,004%. Ma di cosa stiamo parlando? Mi vergogno profondamente di essere italiana, tutto questo è inammissibile, addirittura i medici vaccinatori hanno chiesto l’esonero da possibili ricadute penali, vorrà dire qualcosa. Questa del Green pass è una guerra, possono chiudere la bocca alla gente ma non per sempre: hanno sospeso ricercatori e scienziati che hanno detto come stanno esattamente le cose, alla fine qualcuno pagherà per tutto il male fatto».

E poi ci sono Angelo e Jessica, poco più che ventenni, «arrabbiati da morire, perché siamo il chiaro esempio di quelli cornuti e mazziati. Io non volevo fare il vaccino», spiega lui, «ma per poter continuare a lavorare ho dovuto cedere e il 6 ottobre mi sono fatto iniettare la prima dose. Peccato che il Certificato arrivi dopo due settimane, quindi lo riceverò dopo il 21, solo che nel frattempo, a mie spese, mi tocca fare i tamponi. È una questione di principio prima che di rispetto: mi sento preso in giro e sono molto, molto inca...volato». Storie così, ripetute più di cento volte al giorno alla farmacia Padovani di Borgo Trento. «Nel week end eravamo di turno», spiega il titolare, «non abbiamo fatto altro che tamponi: da venerdì a stamattina siamo arrivati a oltre 400, con un incremento del 30 per cento rispetto a quando non c’era l’obbligo del Green pass. Continuiamo a mandare via gente perché tecnicamente non riusciamo ad accontentare tutti. Ritmi estenuanti, alla lunga insostenibili».

Camilla Ferro