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13.07.2019

Rogo a Brendola, nuovo allarme Pfas

La barriera posata nel fiume Guà per fermare «l’onda nera» scatenata dall’incendio avvenuto a Brendola
La barriera posata nel fiume Guà per fermare «l’onda nera» scatenata dall’incendio avvenuto a Brendola

Le acque di spegnimento dell'incendio della «Isello Vernici» di Brendola, Vicenza, avvenuto lo scorso primo luglio, potrebbero aver incrementato il già rilevante stato di inquinamento della falda acquifera che arriva nel Veronese. Si tratta del giacimento idrico sotterraneo che risulta essere pesantemente contaminato dai Pfas che provenivano dall'azienda chimica Miteni di Trissino, sempre nel Vicentino, e dal quale viene pescata l'acqua che viene distribuita anche in 13 Comuni del Basso e dell’Est Veronese. Acqua che attualmente viene trattata con costosi filtri a carboni attivi, in attesa che siano realizzate condotte di approvvigionamento dall'esterno, per le quali si dovranno spendere 56,8 milioni di euro. Il possibile arrivo nella falda dei fluidi legati allo spaventoso incendio, che ha fatto subito scattare l’emergenza ambientale anche nell’Adige Guà, è stato affermato ancora a botta calda da Confagricoltura Vicenza. A far suonare un nuovo campanello d'allarme è ora un approfondimento diffuso da Sivemp, il sindacato dei veterinari pubblici. «Le schiume anti-incendio per materiale liquidi infiammabili, come le vernici a base di solventi, tradizionalmente prevedono l’utilizzo di Pfas a catena lunga o corta, anche se ultimamente si sta valutando l'efficacia di schiume non contenenti tali composti», spiega Sivemp. Poiché la vita commerciale di una schiuma a base di Pfas si aggira sui 25 anni, è probabile che siano ancora in uso schiume contenenti sostanze perfluoro-alchiliche di produzione più datata, in cui ci sono precursori di Pfos e di Pfoa. Questi ultimi sono composti già presenti nelle acque e nell'ambiente della zona rossa, oltre che nel sangue dei suoi residenti. Le schiume contenenti Pfas costituiscono la scelta primaria soprattutto per incendi di elevata gravità, ma, ricordano i veterinari «qualsiasi fluido proveniente dallo spegnimento degli incendi, anche Pfas-free, può ritenersi rischioso per l’ambiente». Secondo Sivemp, per conoscere nei particolari gli effetti che avrà sulla falda l'incendio di Brendola va tenuto conto che esso è avvenuto in una zona che è al confine tra aree in cui il suolo ha differenti permeabilità. Il che ha influito sulla direzione che hanno preso le acque di spegnimento scendendo nel sottosuolo, ma in ogni caso quanto è avvenuto «ripropone la domanda se alcune attività produttive siano compatibili con la carta del territorio e la permeabilità dei suoli e l’utilizzo sicuro della risorsa ambientale ai fini alimentari». Per capire se nelle acque superficiali sono finiti Pfas, stando ai veterinari, potrebbe bastare fare una verifica delle specie dei pesci che sono morti nel Guà a causa dei liquidi di spegnimento. Se in tale elenco compaiono il persico trota e il persico sole, che sono presi in considerazione negli studi relativi alla presenza delle sostanze perfluoro-alchiliche nelle acque a livello europeo, allora è chiaro che i Pfas ci sono. D'altronde, il numero di questi pesci, che un tempo si trovavano in tutti i fiumi dell'area rossa, a partire dal 2000 è calato vistosamente. Ora si trovano in quantità normali solo da Cologna in giù. Un fatto che è probabilmente dovuto all'apporto di acqua pulita dal Leb. •

LU.FI.
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