Il pm chiede 31 anni per il clan Multari

Domenico Multari, 59 anniL’operazione dei carabinieri del Ros
Domenico Multari, 59 anniL’operazione dei carabinieri del Ros

Dodici anni per Domenico Multari, detto Gheddafi, otto per Antonio Multari sette per Fortunato e quattro per Alberto. Ecco qui le richieste presentate due giorni fa dal pm della Distrettuale anti mafia, Paola Tonini nell’udienza preliminare che si concluderà venerdì prossimo a Venezia a carico del clan della famiglia Multari, residente a Zimella. In realtà, ora Domenico, Fortunato e Carmine Multari si trovano in cella nei carceri di Tolmezzo, Bologna e Milano. Carmine, inoltre, dovrà aspettare per conoscere la sua sorte giudiziaria. I suoi legali, alla luce dei soli tre capi d’imputazione attribuiti al loro cliente, non ha chiesto il rito abbreviato così come il moldavo Dumitri Tibulac. Toccherà al gup David Calabria decidere se poi questi due imputati dovranno affrontare il processo davanti al tribunale per definire le loro posizioni o se le accuse a loro carico possono essere archiviate. Si è dunque ad una svolta dell’operazione «Terry» dei carabinieri, culminata il 12 febbraio dello scorso anno con l’arresto di Domenico Multari e altri quattro componenti della sua famiglia. La procura distrettuale antimafia alla fine dell’udienza preliminare non ha avuto, quindi, dubbi sulla presenza dell’aggravante mafiosa a carico degli imputati. Il pm, infatti, ha ribadito più volte nella richiesta di rinvio a giudizio che i Multari hanno agito avvalendosi «della forza intimidatrice di appartenenza all’associazione di stampo mafioso», riporta il provvedimento, «denominata (..) cosca Grande Aracri, operante nella zona di Cutro vicino a Crotone con autonome articolazioni in Emilia Romagna e in Veneto». Per l’accusa, l’attività illegale del clan, fondata essenzialmente sui reati di estorsione e resistenza a pubblico ufficiale avvenuti tra il 2006 e il 2019 tra Zimella, Lonigo e Verona, si fondava essenzialmente proprio sulla paura delle loro vittime, motivata dall’appartenenza ad un clan ’ndranghetista. Un esempio? L’otto novembre 2016, in occasione della visita del custode giudiziale nella casa di Carmine Multari, sottoposta a provvedimento esecutivo, Carmine Multari non fece entrare nell’appartamento il rappresentante dello Stato. «La casa è mia», disse in quell’occasione il cinquantaseienne, «non permettevi di entrare altrimenti vi faccio tornare al vostro paese in una cassa di legno». In realtà, la situazione per i sei imputati si è aggravata notevolmente nel corso delle indagini svolte dopo il loro arresto dello scorso anno. Nell’ordinanza di custodia cautelare del gip Barbara Lancieri risalente al 30 gennaio del 2019, apparivano undici capi d’imputazione, diventati venti nella richiesta di rinvio a giudizio del 27 novembre del pm Tonini. PARTI OFFESE MA NON CIVILI. Ma c’è di più: il provvedimento del pm Tonini individua ben venti parti offese. A costituirsi parte civile e a chiedere, quindi, il risarcimento dei danni, è stata una sola delle vittime, indicate dalla procura. Un segno tangibile e una prova indiscutibile, ha sostenuto in sintesi il pm in udienza venerdì scorso. che si tratti di mafia proprio perchè dotata di una forza intimidatrice tale da non far entrare nel processo chi ha subito i presunti soprusi. LA DIFESA. I difensori (avvocati DeNicolò, Gigliotti, Comberiati, Manfro, Cirillo, Migliucci, Spadafora), dal canto loro, hanno discusso per sei ore nell’ultima udienza, contestando su tutta la linea l’aggravante mafiosa. A parere dei difensori, mancano gli elementi strutturali previsti dal codice penale per configurare l’esistenza della ’ndrangheta nell’operato di chi viveva a nel piccolo paese della Bassa veronese. I difensori hanno fatto riferimento anche alla sentenza sull’operazione Valpolicella con la quale il tribunale di Verona hanno escluso a carico di Francesco Frontera, la moglie Alexandra Dobricanovic e Carlo Scarriglia l’aggravante mafiosa, condannandoli solo per reati fiscali. Solo venerdì, quindi, si saprà se a Zimella c’era un punto di riferimento della ’ndrangheta di Cutro. •

Giampaolo Chavan