Al Mater Salutis

«Fateci lavorare in ospedale»: protestano i dipendenti no-vax dell'Ulss9

Il personale dell’Ulss 9 aderente al sindacato Usb è sceso in piazza per essere reintegrato DIENNEFOTO
Il personale dell’Ulss 9 aderente al sindacato Usb è sceso in piazza per essere reintegrato DIENNEFOTO
Legnago, protesta novax (Diennefoto)

Protesta «no vax» davanti all'ospedale di Legnago. Rispetto ai 400 contati un anno fa, molti dei quali hanno poi deciso di vaccinarsi, il numero di dipendenti dell'Ulss 9 Scaligera che hanno scelto di non ricevere nemmeno la prima dose anti Covid o che non hanno completato la profilassi si è via via assottigliato fino a raggiungere i 50 attuali.

Ieri mattina, affiancati da Laura Pressi e Fabrizio Berti dell'Unione sindacale di base (Usb) di Verona, alcuni di questi infermieri, operatori, medici e impiegati hanno deciso di uscire allo scoperto, manifestando davanti all'ospedale «Mater salutis» di Legnago.

La protesta. Gli «irriducibili» hanno iniziato proprio dal polo sanitario della Bassa, che con una trentina di dipendenti «allergici» al vaccino rappresenta lo zoccolo duro della protesta, la serie di manifestazioni che, nelle prossime settimane, toccheranno anche gli altri complessi ospedalieri dell'Azienda sanitaria veronese, ossia Bussolengo, Villafranca e San Bonifacio. Muniti di cartelli, con tanto di slogan di protesta, i manifestanti per tutta la mattinata hanno sfilato davanti all'ingresso principale, spiegando le loro ragioni ai pochi cittadini che si dovevano recare al «Mater salutis».

Un «pubblico» ridotto complice la chiusura di molte attività per la festa patronale di San Zeno, che non ha mancato però di esprimere solidarietà ai lavoratori impegnati nel sit-in svoltasi pacificamente, senza alcun disordine. «Non vogliamo essere chiamati no vax», hanno premesso i manifestanti, «anche perché non siamo contrari ai vaccini a priori: non vogliamo tuttavia che i lavoratori del comparto sanitario, soprattutto quello pubblico, vengano discriminati come lo sono tuttora di fronte all'emergenza Covid. Per questo diciamo basta con l'inaccettabile accanimento nei loro confronti».

L’emergenza Covid. «Infatti», hanno evidenziato Berti e Pressi, «le mutate condizioni epidemiologiche ed il sostanziale "liberi tutti" decretato dalle scelte governative non è stato applicato al personale sanitario già sospeso perché non vaccinato. Tra questi dipendenti vi è pure chi, essendosi nel frattempo contagiato dal virus, ha potuto tornare a lavorare ma soltanto per un periodo di quattro mesi, venendo poi nuovamente lasciato a casa». «Una scelta molto discutibile», hanno rimarcato i sindacalisti, «è stata quella di imporre al nostro settore l'obbligo della terza dose anche per chi ha contratto il virus dopo le prime due. Tutto ciò, senza una valutazione dello stato di immunizzazione dell'individuo, genera un potenziale fattore di rischio».

I manifestanti. «Io», ha confessato una fisioterapista, «dopo aver effettuato le prime due dosi ed aver pure contratto il Covid avevo chiesto che mi fosse inoculata una terza dose vaccinale non a mRNa. Mi è stato risposto che non era possibile poiché la nuova inoculazione doveva essere effettuata con lo stesso tipo di farmaco delle prime due». «Di fronte alla drammatica mancanza di medici, ed infermieri con cui sono alle prese le strutture sanitarie e che è destinata ad acuirsi nel periodo delle ferie estive», hanno sostenuto Berti e Pressi, «si metterà a rischio la possibilità di erogare prestazioni ed assistenza adeguati ai cittadini». I promotori del sit-in, durato circa un’ora, hanno quindi concluso: «La posizione dei sanitari sospesi va rivista da parte delle autorità governative e sanitarie anche alla luce dell'abolizione dello stato di emergenza che, a metà giugno, farà decadere le motivazioni dell'origine dell'obbligo vaccinale».

Fabio Tomelleri