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09.07.2019

Vertenza ancora aperta sulla divisione dei beni dopo l’uscita di Cologna

Manuel Scalzotto
Manuel Scalzotto

Nessun accordo, nessuna decisione sulla spartizione dei beni e del patrimonio ma spese legali che hanno già superato gli 80mila euro. L’uscita di Cologna dall'Unione Adige Guà sta diventando un salasso dal punto di vista finanziario per i due enti, senza peraltro portare ad alcuna composizione della controversia. La Commissione arbitrale formata dal sindaco del Comune di Cologna, dal presidente dell’Unione e dall’esperto di diritto amministrativo Maurizio Sartori ha lavorato per sei mesi, senza riuscire però ad arrivare ad una risoluzione che soddisfi le parti. «L’organismo previsto dall’art. 7 comma 8 dello Statuto dell’Unione non presenta i requisiti e le caratteristiche di un collegio arbitrale cui possano essere affidati poteri decisori aventi gli effetti di una pronuncia dell’autorità giudiziaria», hanno scritto gli arbitri nell’ultimo verbale pubblicato. Il sindaco di Cologna Manuel Scalzotto, tramite il proprio avvocato Riccardo Ruffo, aveva già obiettato all’insediamento della Commissione arbitrale l’«irritualità» della stessa «per mancata terzietà di due dei tre componenti della Commissione», poiché erano essi stessi parti in causa. «Per quanto riguarda le dispute su problematiche legate al personale, ai beni e alle obbligazioni in essere, lo Statuto rimanda a specifici regolamenti che però dall’Unione Adige Guà non sono mai stati approvati», ha spiegato Scalzotto. «L’ente ha attivato il procedimento per l’insediamento della Commissione e noi abbiamo accettato, nonostante immaginassimo che non avrebbe potuto emettere alcuna sentenza. Quando la Commissione ha fatto la sua proposta, noi abbiamo pensato che fosse una buona base su cui poter discutere, invece l’Unione l’ha rigettata». La Commissione, avendo soltanto un ruolo di negoziatore, ha fatto alle parti un’offerta di conciliazione che prevedeva «il mantenimento da parte del Comune di Cologna degli oneri riguardanti il pagamento del mutuo rimanente sull’acquisto della sede colognese, il riconoscimento della quota di proprietà della sede nella misura del 38 per cento, solo dopo un cambio di destinazione d’uso e la valorizzazione a livello commerciale, il versamento di un equo indennizzo per aver obbligato gli altri Comuni membri a cambiare sede a seguito del recesso, la rinuncia alla restituzione di beni mobili e strumentali (comprese telecamere di videosorveglianza e impianto di depurazione) e all’avanzo». «Non capisco perché l’Unione debba tenersi le telecamere di Cologna: che cosa se ne fa?», si è chiesto Scalzotto. «Io non posso rischiare che qualcuno presenti un esposto, sostenendo che non ho tutelato i beni e i soldi dei miei concittadini». «La quota associativa, che per il Comune di Cologna era del 38 per cento in base ai suoi abitanti, finanziava le spese correnti ma il patrimonio è un’altra cosa», hanno sempre sostenuto gli altri quattro membri dell’Adige Guà. «L’Unione ha ottenuto contributi e finanziamenti per diventare quello che è oggi in quanto Unione, non come somma di singoli enti. Noi non possiamo depauperare l’ente a causa della scelta di un Comune membro di recedere. Per ora l’Unione ha ancora tutto il patrimonio, se Cologna vuole qualcosa deve fare causa», avvertono le quattro amministrazioni. In realtà una causa è già partita perché Cologna ha impugnato al Tar la delibera con cui l’Adige Guà decideva di non riconoscere nulla alla città del mandorlato.

P.B.
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